Il tormento natalizio di Pippo Callipo: accogliere o escludere Sculco e Oliverio al Veglione di Capodanno?

25 dicembre 2019, 19:01 Politica.24

Tra scelta morale e interessi pragmatici i calcoli di Pippo Callipo, a pochi giorni dalle presentazione delle sue liste, saltano e traballano come la chiamata dei numeri alla tombola di Capodanno. Ci sarà un posto a tavola, quella rigorosamente numerata per i potentissimi grandi elettori calabresi del patron di casa, al Cenone previsto in un esclusivissimo resort della costa vibonese, anche per Enzo Sculco e Mario Olivero?


di Vito Barresi

Questa la domanda che circola tra i vigilantes in tuta giornalistica, gli zelanti, attenti, sempre proni al cenno del comando, i cani da guardia pennivendoli del sistema antidemocratico e regionalista calabrese, ligi al dovere delle solite menate elettoralistiche, pronti in tv e sulle antenne che un tempo furono proprietà privata del Berlusca con sede a Gioia Tauro sotto le vallate della ‘ndrangheta, notte e giorno al guinzaglio della razza padrona dei vari potentati clientelari, velina messa all’ordine del giorno, dall’acida e rancida letterina di Natale infilata sotto il piatto del Commendatore di Majerato.

Letteratura noir, nella terrorizzante e sgrammaticata, ideologicamente e teologicamente sconclusionata e ignorante missiva, tutto ruota attorno all'invio del testo comprensivo di porporina all'antrace del neo converso e cattolicissimo Mario (ma non è neanche un marchese che al massimo pelava le patate del barone Adolfo!) che adesso, in crisi misticheggiante, si crede Re Salomone (QUI), a Nicola Zingaretti, con firma illeggibile ragionier governator Oliverio.

Una polpetta di baccalà avvelenata, condita con un agghiacciante preavviso, in cui si evocano scenari biblici da scannatoio, di certo minacciosi e subliminali messaggi, circa la prevedibile mattanza in tonnara di quel che resterà, dopo questa subdola campagna elettorale, dell’immagine, il poster, il ritratto alla Cefaly del buon “pater familias” che ha costruito sul pesce sottolio un impero economico, il piatto più unico che raro in una terra ostile ad ogni sviluppo d’impresa, da che risulta nata alla modernità nazionale la Calabria feudataria dei codici purpurei, trapunta e ricamo di una storia secolare di miseria e sfruttamento, imbroglioni e briganti, professi bari e sgarristi della mano lesta.

Che Callipo abbia deciso di mettersi con siffatti “brutti ceffi” della vecchia politica e delle clientele, capi intesta di cordate e famiglie storiche dedite al tre per otto della partitica, come lo sono illustrissimamente e onorevolmente Enzo Sculco e Mario Olivero, sarebbe davvero una vera sorpresa, persino colorata da un tocco di verismo verghiano.

Un virato seppia alla Corrado Alvaro, raccontabile in sovrapposta copertina senza il visto si stampi di Florindo Rubbettino, da una bella riedizione dei Fratelli Rupe, (stia attento il lettore che il La Rupa qui c’entra come i cesti di fichi fioroni portati a luglio in quel del Nazzareno al povero Nicola a Roma), quelli di Leonida Repaci, una terra di Baroni controluce, i doppiogiochisti che quando in paese il medico condotto si faceva democristo, l’avvocato e giammai il cugino notaio, diventavano di colpo braccianti del proletariato e compagni della falce e del martello comunista o socialista.

Altri tempi, memoria d’epoca, ormai superati con la velocità di un fulmine, dopo l’arresto di Gigino Incarnato, non la mano di Maradona ma l'unghia di Mancini, tra i principali sostenitori della ricandidatura del governatore, coordinatore e portavoce delle cordata del centro sinistra spurio nato dalla lucida quanto leninistica e fervente mente di un grande statista quale il ragionier Oliverio, improvvisamente graziato, dimentico, rinnovato da una miracolosa conversione avvenuta nella notte di Natale.


La folle corsa

verso il vibonese,

la fermata a pregare

con riti da “vattiato”

battendosi il petto

nei dipressi

di un’edicola votiva


Che a sentire il racconto delle sue tante apostole e dei i suoi apostoli, dopo aver attraversato la strada che va dal THotel e Germaneto, sterza d’improvviso e in folle corsa raggiunge il vibonese, fermandosi a pregare, con riti da “vattiato” di Nocera Tirinese, battendosi il petto nei dipressi di un’edicola votiva, legalmente sponsorizzata dalla Callipo Group in via Riviera Prangi, agro di Pizzo.

Incredibile, fantastico, visionario, pionieristico, piangendo, pregando e implorando di non aver commesso peccati né reati, lo sgovernator della Calabria, ai poveri passanti nella notte santa, più che un presidente uscente sarà sembrato un lupo simile a un vitello d'oro, un agnello che frigna di volere salvare l’unità non si sa di quale chiesa da lui nomata la sacra fede nel partito.

Partito di chi, chi, chi, cantava Zucchero... e poi per colpa di chi, chi, chi chirichì, spirito di vino... Erano meglio i tempi di quel galantuomo e senatore comunista Pasquale Poerio.

Non fosse altro per l’incombente pericolo di vedere affondare prima del varo, con tanto di bottiglia di champagne, la sua Nave del Capitano”, il mio personale suggerimento a Pippo Callipo è di stare molto attento alla rotta, evitando di includere nella sua avventura marinaresca anche la discutibile presenza dei vecchi trinchetti, campioni delle devastanti logiche del passato.

Che miseranda figura, che brutta fine chiedere pietà e perdono a Zingaretti e Callipo, mettendo in ballo le Sacre Scritture, alla stregua se non peggio di un Salvini che brandisce il Rosario...

Vergogna compagno Oliverio, te lo scrivo e te lo riscrivo: sei un impresentabile che dopo aver abusato del potere, dopo essere stato giudiziariamente contestato negli atti e nei processi dal giudice Gratteri… non puoi camuffare la tua Canossa con la “mangiatoia” di Betlemme.

Prova ad essere serio e conseguente, finisci la tua milionaria carriera di ‘parvenu’ della politica, in barba e beffa delle masse proletarie, popolari e bracciantili silane, evitando di fornire ai calabresi, il perfetto esempio di un politico moralmente smarrito e ideologicamente perduto.