Regione Calabria in caduta libera verso un drammatico precipizio socio-economico tra opportunismi e oscure manovre elettorali

4 novembre 2020, 12:00 100inWeb | di Vito Barresi
Jole Santelli

Mai come in questo frangente, dopo la morte della Presidente Jole Santelli, tutta la Calabria avverte un vuoto allarmante e preoccupante di direzione e strategia. La mancanza di un collante morale e valoriale, di un programma per uscire dal nodo scorsoio dell’emergenza che rischia di soffocare una popolazione intera, si sta parando come un muro insormontabile davanti ai nostri occhi, uno spettro minaccioso che potrebbe paralizzarci, anche se bisogna scuotersi, ritrovando con forza i motivi comuni di una solidarietà che ci unisce e che può salvarci, andando oltre i pregiudizi e gli schieramenti, per uscire insieme dalla pandemia e da un ciclo infernale di rinunce e nuove povertà.


di Vito Barresi

In questo momento tanto drammatico e confuso nascondere che il pericolo più grande è l’incapacità di unire la Calabria da parte di una giunta regionale senza più alcuna guida politica sarebbe come sancire il predominio inaccettabile di un’ipocrisia devastante, dare premio e persino ragione all’inettitudine dilagante di chi non ha mai avuto a cuore altro che se stesso e il proprio narcisismo, restando insensibile e indifferente di fronte ai danni impressionanti che non solo il coronavirus ma anche l’irresponsabilità della politica regionale sta causando all’intera società calabrese.

Una volta la Calabria era una terra geograficamente instabile ma valorialmente ferma nei sui essenziali valori cristiani, cattolici, religiosi e popolari. La Calabria, come scrissero i grandi di ogni tempo, fino allo scorso secolo, da Corrado Alvaro a Leonida Repaci, da Don Carlo De Cardona a don Antonio Nicoletti, era in grado anche nel dolore e nel rimpianto, nel fatalismo e nella fede, di farsi ascoltare da tutti, porgendo in un religioso silenzio, il grido di dolore e il monito che veniva da un mondo semplice ma forte, di gente umile ma dignitosa.

È probabile che la Santelli, che aveva affrontato la stagione più dura della pandemia con coraggio e “dedicazione”, sarebbe riuscita a trovare nel suo essere se stessa, cioè una donna calabrese, la forza necessaria per affrontare lo sbandamento e la confusione in cui ora tutta una Regione si ritrova perché orfana delle proprie prerogative di democrazia e di rappresentanza, con un Consiglio Regionale acefalo e incapace, una giunta regionale preda di oscure pulsioni elettoralistiche che non sa se concorrere a spingere la situazione economico e sociale verso il precipizio e il baratro o badare a governare sull’orlo del baratro gli opportunismi dilaganti e sordidi di fazioni e bande di avventurieri.

La Calabria che in ogni epoca, con i suoi uomini e le sue donne, i suoi santi e i propri martiri, i ribelli e i rivoluzionari che inneggiavano alla libertà e alla giustizia, aveva una sua straordinaria forza morale, aveva un’anima autentica di solidarietà, cooperazione, servizio e altruismo.

La Calabria scomoda e scandalosa, profetica e popolare, non solo non c’è più ma rischia di scomparire definitivamente e di essere materialmente sommersa nella melma di un catastrofe antropologica e culturale, economica e materiale, amministrativa e politica per colpa di un ceto dirigente che comanda in ogni istituzione, dallo Stato alla Regione, dai Comuni alle Province, pavido e codardo, indifferente ai sentimenti del bene comune e alle sensibilità dell’impegno e del sostegno.

Qui non si vuole discutere se il mondo di prima era meglio del dopo ma tutto quello che di più recente è stato costruito nel non lontano Novecento calabrese, persino la stessa unità regionale conquistata a caro prezzo con il martirio di tanti buoni amministratori e politici, da Antonio Guarasci a Francesco Fortugno, rischia di essere travolta, deturpata, usurpata, non solo dalla ’ndrangheta e dal malaffare, ma anche dall’impressionante caduta di valori etici e morali di un ceto politico avido, una classe dirigente pubblica, che sta dentro ogni istituzione dello Stato, incattivita nella lotta egoistica per la conquista del proprio potere personale.

Un tempo questa parte del Sud era un mondo provinciale unito, comunitario, familistico, popolare, borghese e aristocratico che stava in cerchio attorno alle proprie devozioni verso i padri e la madri antiche.

Adesso si rischia davvero che questa luminosa civiltà sia non più sulle ma alle nostre spalle.

E che si spenga definitivamente quel faro universale che orientava i figli, l’albero e il frutto, i rami e le foglie di generazioni e generazioni di calabresi, da Cassiodoro a Campanella, da Giuditta Levato alle raccoglitrici d'ulivo, da Rocco Gatto a Peppe Valarioti.