Lettera a Babbo Natale. Mons.Staglianò, il Natale povero di quest’anno è diverso anche per te

Caro Babbo Natale, povero Natale, abbiamo detto noi preti per tanti anni, denunciandone l’uso consumistico. E tu — con i tuoi regali — avevi una parte centrale nell’affare. Sì, lo so! Anche tu hai patito come una degenerazione del “tuo essere segno”: portavi i tuoi doni, quando eri realmente san Nicola di Mira, dopo ti hanno assegnato il ruolo maldestro di “facchino di regali”.


di Antonio Staglianò*

Tu conosci bene la profonda differenza umana (sentimentale, affettuosa ed empatica) tra il dono e il regalo e, perciò, negli anni ti sei amareggiato e crucciato nel vederti così malridotto. Tuttavia, come si dice, “mal comune, mezzo gaudio”.

Al Natale in sé è toccata forse una sorte peggiore. Alcuni vescovi, da tanto tempo, - ricordo solo don Tonino Bello -, ne hanno denunciato anche l’uso dolciastro: quando ci si ferma all’incanto di un presepe di cartapesta e si dimentica il primo presepe. Quello davvero “un brutto presepe”, tra l’indifferenza di molti, i giochi dei potenti e le stragi di innocenti, e con l’esperienza dolorosissima del migrare, della “fuga” in Egitto.

Quest’anno? Natale povero! La pandemia ci costringe a limitazioni che impediscono i cenoni. La crisi economica tocca tante famiglie, e la Caritas registra richieste di aiuto più che duplicate. I migranti continuano a percepirsi come un pericolo, e solo poche voci sanno raccontare che, in realtà, si tratta di donne e uomini, padri e madri, figli che fuggono da povertà e coltivano sogni.

Assomigliano a quella santa famiglia in fuga verso l’Egitto, prima ancora che a quella stessa famiglia in cerca di un posto dove far nascere il loro bambino in modo dignitoso, come compete a ogni essere umano.

Siamo nella notte: il problema non è celebrare messe a mezzanotte (la messa si dice nella notte e si può celebrare dopo il tramonto del sole), ma celebrare la messa di Natale nella notte del mondo, che spesso diventa anche la notte del cuore.

E, lo sappiamo bene, le luci esterne non riscaldano! Tu stesso sei come uscito fuori da ogni scena, dimenticato, forse con nostalgia e tanta melanconia. Io vorrei dire a te, caro Babbo Natale e a tutti, con molto affetto e tanta forza, che però Natale resta una bella notizia. Proprio nella notte! Luce che vince le tenebre, e che le tenebre non possono sopraffare.

Spogliàti di tante certezze, Natale ci dona una presenza che diventa una luce dentro: Dio ci salva nella povertà! E si realizza la promessa: «la notte brillerà come il giorno» (cfr. Is 58). Un messaggio altro rispetto a quelli ordinari.

Una domanda che possiamo fare a Dio stesso? Perché ci salvi nella povertà? E se leggiamo con attenzione l’enciclica di Papa Francesco Fratelli tutti, ci accorgiamo che la povertà è anche frutto di tanti agguati di ladroni, di un capitalismo che genera scarti e di persone senza scrupoli che, pur di fare affari, sottomettono, non rispettano la dignità delle persone, generano divisioni, divari, fossati tra ricchi e poveri.

Perché, Signore, non li fermi? Sono domande che non trovano una risposta immediata ed evidente ma, domandare a Dio un senso, diventa attenzione a come Lui continua a essere presente in mezzo a noi. Quella luce dentro, quella commozione non sentimentale ma profonda, che si genera in noi quando pensiamo a come Dio si fa debole per non sopraffarci ma per invitarci.

Diventa consapevolezza che, dietro alla sua povertà, c’è dell’altro: c’è il grembo dell’amore vero; c’è la possibilità di deporre l’arroganza dei potenti e di riscoprire la chiamata a vivere tutti da fratelli, portando i pesi gli uni degli altri. Non come piccoli dei, ma come “umani”! Umani che ritrovano il vero volto di Dio: la sua misericordia, la sua paternità.

E allora potrà nascere, come ascoltiamo nella seconda lettura della Messa della notte, un «popolo zelante nelle opere buone». Come? Comprendendo che il nostro Dio non vuole alcuna violenza, perché «Egli ha dato sé stesso per noi», e questo «riscatta da ogni iniquità».

Ecco dove ci ha condotto lo sguardo sulla povertà di Betlemme e la chiamata, anche per noi, a seguire la via della povertà: lasciare che Dio annulli in noi, e tramite noi, ogni radice di egoismo e di violenza. Solo così vedremo giorni nuovi e supereremo, insieme alla pandemia sanitaria, la pandemia del cuore. Ecco il sogno e l’impegno che condividiamo con Papa Francesco, e che diventa il mio augurio per questo Natale: riscoprire la fraternità attorno all’unico Padre comune, che ci ama in modo radicale.

A tal punto che, amati dal Padre nel Figlio, viene spontaneo amare con lo stesso amore, lo Spirito Santo. È dunque un “a m a re ”, non tanto come virtù morale, ma come verità profonda della vita.

Certo, diventa però necessario andare a Betlemme, riconoscere il Bambino povero e adorare! Ovvero entrare nel mondo di Dio con tutto noi stessi, poveri, abbandonati all’amore di Dio che — diversamente da quello che pensano tanti — ama tutti.

Scrive Papa Francesco: «Chi non vive la gratuità fraterna fa della propria esistenza un commercio affannoso, sempre misurando quello che dà e quello che riceve in cambio. Dio invece dà gratis, fino al punto che aiuta anche quelli che non sono fedeli, e “fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni” (Mt 5, 45)» (Fratelli tutti, 140).

Poveri, allora, anzitutto dentro, perché abbandoniamo pensieri egoisti quando il tesoro prezioso diventa un amore così grande. Certo, poi, anche poveri nel concreto della vita. Per quel dinamismo dell’amore vero, che a Natale si rivela, a Pasqua si compie, a Pentecoste diventa creatività dell’amore.

Scrive ancora Papa Francesco: «Dunque tutti possiamo dare senza aspettare qualcosa, fare il bene senza pretendere altrettanto dalla persona che aiutiamo. È quello che Gesù diceva ai suoi discepoli: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10, 8)» (ivi).

Si tratta di un amore vero: maturo, gratuito e generoso! E il Natale povero di quest’anno può così diventare più vero e inizio di un cammino di rigenerazione per uscire insieme, e sul serio, dall’attuale crisi.

Caro Babbo Natale, il Natale povero di quest’anno sarà diverso anche per te.

Non avercela con noi, siamo stati costretti dalla pandemia. E però sia per te una occasione di gioia. Se saremo cambiati — dopo la pandemia — ti aspetteremo ancora, magari come san Nicola di Mira, Colui che porta doni veri, quelli dell’amore autentico, per diventare tutti fratelli e sorelle, davvero fratelli tutti, nello stupore, per un Dio che ci ama così tanto, e in una povertà che diventa ricchezza del cuore e possibilità di cambiamento per la storia.

*Vescovo di Noto