Vaccini Covid-19 tra esclusioni e imposizioni: per molti o per pochi?

Entriamo nel 2021 con evidenti segnali di come una pandemia possa mandare in pezzi l’economia globale e destabilizzare l’assetto delle nazioni. Dopo quasi vent’anni di costante riduzione della povertà attraverso il perseguimento degli Obiettivi Globali, la malattia da coronavirus 2019 (Covid-19) ha catapultato oltre 100 milioni di persone in condizioni di povertà estrema, e causato contemporaneamente il crollo di mercati petroliferi, compagnie aeree e altri comparti industriali.

di Peter J. Hotez*

E non solo. La pandemia ha alterato i risultati delle elezioni presidenziali statunitensi,fomentato migliaia di persone a Berlino in un tentativo fallito di prendere d’assalto il Bundestag (il parlamento tedesco) in seguito a una serie di proteste contro l’uso delle mascherine e del vaccino, e approfondito le disparità economiche in America Latina.

Tuttavia cambiamenti così profondi nell’assetto geopolitico internazionale non sono esclusivi di questa pandemia da Covid-19. Già in passato, epidemie di vaiolo e morbillo hanno decimato le popolazioni native americane e facilitato le conquiste europee nell’emisfero occidentale. In tempi a noi più vicini, fra il 2015 e il 2017 l’infezione da virus Zika ha prosciugato quasi 18 miliardi di dollari dall’economia delle regioni dell’America Latina e dei Caraibi e nel 2019 un’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo ha minacciato di destabilizzare gli equilibri in Africa Centrale.


Vaccini e Povertà


Non ci sono dubbi che l’impatto dei vaccini vada ben oltre la funzione di prevenzione delle malattie infettive globali e di promozione della salute pubblica. Le riflessioni su un “vaccino contro la povertà” partono dall’analisi del declino economico appena ricordato, oltre che dalle evidenze che collegano la diffusione di malattie al rallentamento dello sviluppo fisico ed emotivo dei bambini, a una riduzione della produttività agricola e all’andamento delle gravidanze.

Queste considerazioni già emerse negli studi condotti negli anni ‘90 dalla Banca Mondiale e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), hanno portato all’inclusione di malattie infettive quali HIV /AIDS, tubercolosi, malaria e le malattie tropicali trascurate, fra gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite. Le stesse riflessioni sono alla base degli sforzi dei partenariati per lo sviluppo di prodotto(PDP) che collaborano, senza fini di lucro, con l’industria per la messa a punto di vaccini anti povertà di nuova generazione per garantire la salute in maniera universale.

I PDP per i vaccini sono stati istituiti con l’obbiettivo di sviluppare nuovi prodotti di immunizzazione per i paesi a reddito medio-basso (LIMC) in Africa, Medio Oriente, America Latina e Asia dove permane un’elevata diffusione delle malattie legate alla povertà come la malaria e le malattie tropicali trascurate. Malaria e schistosomiasi in Africa, leishmaniosi in Medio Oriente e Nord Africa, malattia di Chagas in America Latina, sono solo alcune delle piaghe che i PDP cercano di combattere. Oggi, alcuni di questi stessi partenariati per lo sviluppo di prodotti vaccinali iniziano a rivolgere la loro attenzione verso il Covid-19.


Vaccini e Politica Estera


Attorno al concetto di “diplomazia dei vaccini” si è andato formando, quasi vent’anni fa, un secondo e più moderno quadro di riferimento per i vaccini, che vedeva le campagne di immunizzazione non solo quali motori di crescita economica, ma anche come uno strumento potente, e storicamente rilevante, di politica estera.

Negli anni che seguirono la scoperta del primo vaccino contro il vaiolo nel 1796, e durante il periodo delle guerre napoleoniche, il medico britannico Edward Jenner utilizzò le potenzialità offerte dal suo vaccino e dal metodo impiegato per svilupparlo come uno strumento di promozione delle relazioni diplomatiche con la Francia.

Verso la fine degli anni ‘50, Stati Uniti e Unione Sovietica iniziarono a collaborare allo sviluppo del vaccino antipolio e negli anni ‘60 unirono le forze per eradicare il vaiolo. Per un breve periodo le due nazioni preferirono ignorare le differenze che avevano caratterizzato la Guerra Fredda come pure le rispettive alleanze economiche e politiche allo scopo di salvare vite umane e scelsero di collaborare allo sviluppo di biotecnologie vaccinali innovative.

Successivamente, in particolare negli anni in cui fui chiamato a rivestire il ruolo di inviato per la Scienza per l’Amministrazione Obama e il Dipartimento di Stato, io stesso provai a riproporre questo approccio concentrando i miei sforzi su collaborazioni per lo sviluppo di vaccini tra istituti di ricerca negli Stati Uniti e nazioni a maggioranza musulmana in Medio Oriente e Nord Africa. Medio Oriente e Nord Africa sono fra le tante regioni del mondo ad essere state “lasciate indietro” in termini di capacità di sviluppo dei vaccini. Altre regioni in cui rimane molto da fare in questo ambito sono vaste zone dell’America Latina e dei Caraibi e tutta l’Africa subsahariana.


Vaccini Covid-19


L’arrivo del Covid-19 nel 2020 è stato accompagnato dalla polarizzazione dei due estremi della diplomazia sui vaccini. Di fronte all’evidenza che il Covid-19 potesse presentare un potenziale pandemico, uno sviluppo sicuramente positivo è stata la nascita dello strumento COVAX.

COVAX, codiretto dall’alleanza per i vaccini (Gavi), dall’OMS e dalla coalizione per l’innovazione in materia di preparazione alle epidemie (CEPI), è finalizzato a supportare lo sviluppo, la produzione e la distribuzione dei nuovi vaccini Covid-19. COVAX punta a estendere in maniera equa ai paesi a reddito medio-basso (LMIC) la distribuzione dei vaccini di ultima generazione: vaccini mRNA, vaccini vettoriali adenovirali e vaccini basati su proteina ricombinante. Diversamente, i paesi LMIC avrebbero accesso esclusivamente ai sistemi di immunizzazione a virione intero inattivato (WIV) tradizionali o con approcci diversi, o perfino a vaccini di dubbia qualità.

Per promuovere un accesso equo all’innovazione, COVAX raccoglie fondi da paesi donatori fra i quali il governo del Regno Unito spicca con il contributo più generoso. COVAX inoltre lavora perchè sia mantenuta una governance globale dei vaccini Covid-19. Questo significa indirizzare i vaccini attraverso un processo di prequalificazione da parte dell’OMS che ne certifica qualità, sicurezza ed efficacia oppure avviare la revisione presso una delle “rigorose” agenzie di regolamentazione in Europa, Giappone o Stati Uniti.

Solo per fare un esempio, in questo momento in India operano alcuni dei più importanti produttori di vaccini che collaborano con l’OMS per la prequalificazione del vaccino e con il COVAX per le attività di finanziamento e di distribuzione. Una forma di opposizione alla diplomazia vaccinale è quella che il governo degli Stati Uniti dimostra rifiutandosi di contribuire all’iniziativa COVAX, ordinando l’uscita dall’OMS e persino firmando nel dicembre 2020 un ordine esecutivo “America First” che rivendica “l’accesso prioritario” ai vaccini Covid-19. Ed ancora, produttori vaccinali in Russia e Cina che testano o approvano vaccini di

Il termine “vaccinazionalismo” descrive questa inversione di tendenza in materia di cooperazione internazionale. Altra forza contraria, e di respiro sempre più globale, è quella del movimento anti vaccini, in alcuni casi legata anche a estremismi politici. A tutto questo si aggiunge infine l’aggressivo programma internazionale di disinformazione antivaccini da parte del governo russo.
Risolvere le differenze, ripristinare la diplomazia dei vaccini.

L’ecosistema del vaccino Covid-19 è fragile, complesso e mutevole. Dopo un inizio difficile, le cose sembrano avere preso una direzione più positiva. Il sistema di finanziamento COVAX è migliorato e i produttori di vaccini mRNA continuano a collaborare con COVAX nonostante i complessi processi produttivi, i costi e gli onerosi requisiti di mantenimento della catena del freddo.

Tuttavia, nel prossimo futuro, l’approvvigionamento di vaccini verso i paesi LMIC potrebbe ancora dipendere in larga misura da vaccini adenovirali prodotti da case farmaceutiche multinazionali o da aziende russe e cinesi, oltre che da vaccini a virione intero inattivato a basso costo e, in misura ridotta, da vaccini proteici ricombinanti prodotti negli stessi paesi LMIC.

Le organizzazioni che producono questo tipo di vaccini tradizionali sono membri della DCVMN, la rete di produttori di vaccini per i paesi in via di sviluppo. La buona notizia è che Russia e Cina continuano a coinvolgere l’OMS per le procedure di prequalificazione, e che la Russia ha da poco lanciato una nuova partnership di sviluppo con una multinazionale farmaceutica con sedi in Europa e nel Regno Unito.


Conclusione


Le istituzioni politiche di tutto il mondo rispondono a ogni grande epidemia o pandemia con l’istituzione di nuove infrastrutture e nuovi meccanismi volti a garantire una risposta vigorosa che metta al centro la sicurezza sanitaria.
Tuttavia, l’ecosistema del vaccino Covid-19 deve ancora superare importanti lacune e non dispone di un sistema sufficientemente finanziato per ricerca, sviluppo, formazione e capacity building per la produzione e la distribuzione dei nuovi vaccini.

Il Covid-19 rappresenta la terza importante infezione da coronavirus con potenziale pandemico di questo secolo, e questo ci lascia ipotizzare che potrebbe non essere l’ultima. La sfida più urgente è quella di sostenere lo sviluppo di vaccini universali contro i coronavirus o contro altri virus potenzialmente pandemici oltre che migliorare l’accesso a tecnologie vaccinali di ultima generazione.

Sarà inoltre necessario rafforzare le autorità nazionali di regolamentazione che attualmente non soddisfano gli standard più rigorosi. A oggi, il finanziamento di questi sforzi dipende ancora fortemente dal contributo degli Stati Uniti e dei governi europei oltre che della Fondazione Gates, senza una convinta partecipazione di tutte le nazioni del Gruppo dei 20 (G20). Infine, bisognerà identificare meccanismi internazionali di contrasto alle pericolose manifestazioni di estremismo anti-scientifico.

*Peter J. Hotez, Dean della National School of Tropical Medicine e professore di pediatria e virologia molecolare e microbiologia presso il Baylor College of Medicine, dove è anche capo della sezione di medicina tropicale pediatrica e della cattedra di pediatria tropicale del Texas Children’s Hospital.


Si ringrazia l’autore e la fonte di questo articolo, ripreso dal sito di Ispi - Italian Institute For International Political Studies