Il “nesso inevidente tra la ‘Società degli Amici’ di Rosmini e la meccanica quantistica a Helgoland

Nel suo Diario della Carità, Antonio Rosmini, traccia l’idea di costituire una “Società degli Amici”, della quale stende persino un regolamento (il 27 settembre 1819), chiarendo quale dovesse essere lo scopo fondamentale: «rendere gli uomini amatori della Religione Cattolica, e desiderosi di promuoverla per mezzo di essa stessa Società». Il vento del materialismo e dell’ateismo, già ai suoi tempi, correva veloce (se non fosse proprio il “vento” il soggetto di questa proposizione, avrei scritto: “correva veloce come il vento o più del vento”; perciò per dire paradossalmente di questa velocità, si potrebbe far riferimento metaforico alla velocità della luce: correva veloce come la luce).


di Mons. Antonio Staglianò*

Agire controvento, poteva significare solo attivare processi di “promozione della fede religiosa” per dare quella “direzione morale” o orientamento delle coscienze (specialmente delle giovani menti) che Rosmini stesso chiamerà “carità intellettuale”.

“Rendere gli uomini amatori della Religione Cattolica” attraverso la “carità intellettuale”, a me pare una operazione (materialmente e formalmente) teologica che la “Società degli Amici” avrebbe dovuto assumere con responsabilità. Rivolgendosi a chi? Se il “chi” sono le persone che avrebbero costituito la “Società degli amici”, di sicuro Rosmini aveva dei nomi a cui indirizzare l’invito. Potevano essere quei grandi ingegni del tempo, in tutti gli ambiti dello scibile, con i quali il grande Roveretano aveva una fitta corrispondenza, tra cui certamente il Manzoni.

Qui immaginiamo che la “Società degli Amici”, progettata da giovane, fu un pensiero fisso anche del Rosmini maturo. Non si dimentichi che erano gli anni in cui l’illuminismo francese (in particolare) “veleggiava” con ritmo attraverso l’Enciclopedia. Credo tuttavia più interessante sottolineare il “chi” delle persone che avrebbero potuto usufruire del lavoro teorico di intelligenza dei presunti membri della “Società degli Amici” e cioè gli uomini: questi avrebbero dovuto “amare la Religione Cattolica”.

Samuele Francesco Tadini, che mi ha omaggiato del volume Rosminianesimo filosofico (anno IV, 2020), nelle sue “Comunicazioni del Direttore” racconta come «Rosmini riconobbe a Locke l’accortezza di aver tratto la filosofia fuori da’ chiusi recinti delle scuole, e fatta risonare agli orecchi del volgo”, quasi fosse “un bisogno di tutto il suo secolo”, un bisogno – mi si permetta dire- che di per sé sarà di tutti i secoli a venire e che non potrebbe essere altrimenti, per quanto a torto si ritenga il pensiero filosofico sinonimo di elucubrazioni astratte da “mercato” universitario e distanti dalla concretezza della vita».

E aggiunge alcune parole che sono – per il lettore- davvero “cariche di meraviglia positiva”, come il nucleo di un atomo (neutroni e protoni) che con la sua energia positiva fa orbitare intorno a sé a velocità spaventose gli elettroni. Sappiamo da Carlo Rovelli in Helgoland che le basi della meccanica quantistica sono state poste dal giovane Heisenberg, che si era ritirato all’età di ventitré anni in quell’isola deserta dei mari del Nord, con un problema che Max Born gli aveva consegnato perché tentasse una soluzione. È quello stesso emerso negli esperimenti di Niels Bohr che studiava gli elettroni: perchè gli elettroni saltano da un’orbita all’altra?

Questo è detto perché il caro lettore non venga distratto troppo dal considerare, con facile istintività, l’inesistenza di un “nesso” tra la Società degli Amici e la creazione della meccanica quantistica a Helgoland, lasciandosi impressionare da questo “saltare da palo in frasca”, come si dice in gergo volgare, appunto come quel “saltare disordinato” dell’elettrone da un ‘orbita all’altra che scervellò Bohr e tutti gli altri.

Il nesso inevidente (ma – perché? - gli elettroni, i protoni e i bosoni e i fotoni si vedono, a occhio nudo?) è invece strettissimo. Si coglie nell’intento divulgativo dell’opera di Rovelli, studioso di fama internazionale, attualmente impegnato a unificare le teorie di Newton con quelle di Einstein (chissà cosa ne verrà fuori!).

Solo un grande scienziato è davvero un grande divulgatore. E, comunque, divulgare – al di là di ogni possibile fallimento nell’impresa- corrisponde a un preciso motivo morale: c’è di mezzo una istanza etica a cui, in coscienza, non ci si può sottrarre.

Non si insiste mai abbastanza su questo aspetto che è il contenuto del primo punto del Manifesto della PopTheology (come una mappa in 10 punti per la scoperta del suo significato e, dunque, della sua definizione o, anche, del suo concetto):

«Pop-Theology è “carità intellettuale” (A. Rosmini): l’impegno etico di traslocare le scoperte della scienza teologica in parole sensate perché giungano al cuore stesso del senso comune, dunque a tutti».

Perciò “società”, in The Rosmini society, vuol dire, nell’accezione del Rosmini: «un’unione di anime intelligenti».Non risulta che Rosmini riuscì nel progetto. La sua vita di scrittore fu travagliata. Gelosia e invidia non mancarono sul suo cammino. Prima di morire cominciò a scrivere un’opera – Il linguaggio teologico - nella quale cercava di “spiegarsi” con una sola argomentazione (una sorta di Unum argumentum, alla Anselmo d’Aosta) e così rispondere alle tante richieste di chiarimento fatte dalla Commissione d’inchiesta che esaminò tutti i suoi scritti pubblicati.

*Vescovo di Noto, teologo