I porti italiani confermano la loro centralità assoluta in un panorama dove l’economia legale e quella illegale si intrecciano in modo inestricabile. Gli scali marittimi non sono solo porte d’accesso per le merci, ma snodi strategici dove si giocano partite economiche e politiche globali. Nel corso del 2025 è stato registrato un dato allarmante: 131 casi di criminalità nei porti nazionali, con un incremento del 14% rispetto all’anno precedente. Gli scali coinvolti sono passati da 30 a 38, segnando un aumento del 27%. Guardando al quadriennio 2022-2025, i numeri parlano di 496 eventi criminali, praticamente uno ogni tre giorni. È un sistema che tra il 1994 e il 2024 ha visto attivi ben 113 clan in 71 porti, distribuendo la propria influenza da Nord a Sud senza distinzioni.

Un diario per Michele
Stamattina a Firenze l’associazione Libera ha presentato la terza edizione del rapporto Diario di bordo, curato da Francesca Rispoli, Marco Antonelli e Peppe Ruggiero.
Il documento raccoglie ed elabora dati provenienti da Assoporti, Commissione Parlamentare Antimafia, Dia, Dnaa, Agenzia delle Dogane e Guardia di Finanza.
Questa edizione porta con sé un’emozione particolare, essendo dedicata al giornalista calabrese Michele Albanese, recentemente scomparso.
Nella seconda di copertina il messaggio è chiaro: “A Michele … compagno di viaggio e giornalista rigoroso, che ha scelto ogni giorno di stare dalla parte della verità”. Il suo esempio resta la guida per chi, come Libera, vuole illuminare le zone opache dove le mafie trovano spazio.

Oltre la repressione
Entrando nel merito. Secondo Francesca Rispoli, copresidente nazionale di Libera, i porti sono i principali punti di accesso per il narcotraffico, la contraffazione e il riciclaggio. Ma non c’è solo il crimine palese: questi sono luoghi di corruzione e relazioni di potere.
La risposta a questo assedio non può essere affidata soltanto alla forza repressiva. Occorre una strategia ampia che preveda trasparenza nei processi decisionali, cooperazione internazionale e, soprattutto, una tutela reale per chi lavora ogni giorno sulle banchine.
“Trasformare la consapevolezza in impegno”, dice Rispoli, affinché gli scali diventino luoghi di legalità e diritti, sottraendoli al controllo dei clan che prosperano nella mancanza di controlli.

Il primato di Gioia Tauro
In Calabria il porto di Gioia Tauro consolida tristemente il proprio ruolo tra gli scali più esposti. Con 13 eventi registrati nel 2025, ha segnato un aumento del 62,5%.
La regione si piazza così al secondo posto in Italia per casi di criminalità, dietro solo alle Marche. Se si guarda al periodo 2022-2025, i casi totali in Calabria sono stati 34, con Gioia Tauro leader regionale indiscusso.
Lo scalo si conferma l’hub italiano per il traffico internazionale di cocaina: negli ultimi dieci anni sono state sequestrate oltre 54 tonnellate di polvere bianca. Oltre allo scalo della Piana, risultano interessati anche i porti di Villa San Giovanni e Taureana di Palmi.

L’ingegno del male
Le tecniche usate per nascondere la droga dimostrano un’adattabilità impressionante delle organizzazioni criminali. Carichi di banane, bobine di carta, sacchi di pellet o di materiale combustibile diventano i nascondigli perfetti.
La cocaina viaggia tra i pannelli di ventilazione dei container o immersa in carichi di polpo e gamberi surgelati, ma anche tra i sacchi di sesamo e noccioline o all’interno di autoveicoli usati.
Questo sistema strutturato rende il porto calabrese lo snodo centrale delle rotte transatlantiche. Le ‘ndrine non si fermano però solo allo scalo primario: l’attenzione verso i traffici marittimi è pervasiva e coinvolge l’intero sistema portuale nazionale.

Infiltrazioni silenziose
L’analisi delle relazioni della Direzione Nazionale Antimafia rivela che tra il 1994 e il 2024 sono stati censiti 56 clan operanti in 10 porti calabresi e in scali come Napoli, Genova e Trieste.
L’interesse dei clan si manifesta anche nel business legale di porti minori. A Tropea, ad esempio, il clan La Rosa e il clan Mancuso si sono inseriti nei servizi di trasporto marittimo.
A Isola Capo Rizzuto il clan Arena ha puntato sulla sistemazione dei terreni nei cantieri, mentre a Corigliano Calabro il clan Straface ha gestito i mercati pubblici.
Sono tutti questi esempi che mostrano come ogni occasione di sfruttamento economico venga colta dalle mafie per infiltrare il tessuto legale.

Dalla Calabria al Brasile
Giuseppe Borrello, referente di Libera in Calabria, sottolinea il paradosso di Gioia Tauro: un anno record per i movimenti commerciali, con 4,5 milioni di container, è coinciso con l’aumento dei casi criminali.
Ma lo sguardo del rapporto va oltre i confini italiani, arrivando al porto di Santos, in Brasile. Tra il 2016 e il 2025 sono state effettuate 345 operazioni di sequestro di cocaina nello scalo brasiliano.
L’Italia è al sesto posto per numero di operazioni, con molte spedizioni dirette proprio verso Gioia Tauro. Qui gli ‘ndranghetisti operano spesso in autonomia dal Primeiro Comando da Capital, la potente organizzazione criminale brasiliana che gestisce la logistica dei trasporti.

La voce del broker
Un cambio di scenario fondamentale è avvenuto con l’arresto in Uruguay di Rocco Morabito nel 2017. Insieme a lui c’era Vincenzo Pasquino, giunto in Brasile per assumere il ruolo di broker principale per conto della famiglia Assisi.
Estradato in Italia nel 2024, Pasquino ha scelto di collaborare con la giustizia, aprendo uno squarcio inedito sulle attività della ‘ndrangheta a Gioia Tauro e sui legami con i narcos di Santos.
Le sue rivelazioni stanno permettendo di ricostruire i meccanismi segreti che collegano le due sponde dell’Atlantico, confermando che la lotta al crimine nei porti richiede oggi più che mai una visione globale e una cooperazione senza frontiere.



























