Il mio diario di viaggio nel nord dell’India

in Tempo liberoprovincia di Calabria
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Sono appena tornata da un’esperienza che mi è rimasta dentro, ho visitato il nord dell’India e per la prima volta mi sono affidata ad un tour organizzato di 10 giorni. Inizialmente non sapevo bene cosa aspettarmi prima di partire, l’India è uno di quei paesi di cui tutti hanno sentito o visto qualcosa, un aneddoto o un video, ma di cui si ha subito la percezione che la distanza tra quello che viene percepito dall’esterno e quello che effettivamente risulta da un soggiorno è enorme.

Quello che ho vissuto in questi dieci giorni tra Delhi, Agra, Jaipur, Pushkar, Jodhpur e Udaipur, è stato un viaggio che mi ha portato a spendere tante energie, ma anche commossa, spiazzata e fatta innamorare di un paese distante geograficamente e culturalmente dalla realtà in cui vivo.

Delhi, il primo impatto

Sono arrivata a Delhi di sera, e già dal finestrino dell’auto verso l’hotel ho capito che l’India non è un paese che si lascia osservare da lontano. È un paese che entra dentro, con i suoi suoni, con le sue luci, con il traffico che sembra caos ma che in realtà ha una sua logica.

Il giorno dopo abbiamo dedicato l’intera giornata alla città. Nella parte vecchia ho visto da fuori il Forte Rosso, imponente nella sua arenaria rossa, e poco dopo la Jama Masjid, la moschea più grande del paese, con i suoi cortili immensi pieni di persone sedute all’ombra.

La visita al bazar di Chandni Chowk è stata sicuramente la più coinvolgente della giornata con le sue bancarelle una attaccata all’altra, odori di spezie che si mescolano a quelli del cibo di strada, biciclette e risciò che si infilano ovunque, mi è sembrato di vivere uno di quei momenti spesso riportati in video e documentari sull’India in cui si è travolti dalla vitalità della città.

Il Raj Ghat ha fatto invece da contrasto con tutto il resto. È il luogo dove riposa Gandhi, in cui tutto si è fatto di colpo calmo e ordinato: un prato curato, tanto silenzio, la sensazione di trovarmi in un punto importante della storia del paese. Coerentemente con quanto appena vissuto, nel pomeriggio abbiamo dedicato tempo alla parte di Delhi più ordinata, l’India Gate e gli edifici governativi, per poi visitare la Tomba di Humayun, che con i suoi giardini geometrici mi ha anticipato quello che avrei visto qualche giorno dopo ad Agra.

Agra e il Taj Mahal

Il terzo giorno è stato quello che aspettavo di più, forse perché ero consapevole che avrei visto una delle sette meraviglie del mondo, o forse perché sapevo che sarebbe stato uno dei momenti apice dell’itinerario. Prima il Forte Rosso di Agra, con le sue mura e i giardini interni che si sono rivelati ai miei occhi dopo aver attraversato una serie di corridoi. Poi l’arrivo al Taj Mahal, una struttura di una bellezza e di una maestosità che mi ha lasciata senza parole per qualche secondo.

Vedendola ho capito perché sia considerata una delle sette meraviglie moderne: non è solo la bellezza del marmo bianco, è soprattutto il pensiero che c’è dietro, l’amore di un imperatore che costruisce un mausoleo per la moglie che ha amato. Mi sono seduta su una delle panchine di marmo lungo il canale su cui si riflette la struttura e sono rimasta lì più a lungo di quanto avessi programmato. Perché certi luoghi vanno guardati senza fretta di passare al prossimo, e bisogna concedergli il tempo di fissarsi dentro di noi per portarli con sé a casa.

Fatehpur Sikri e l’arrivo a Jaipur

Il giorno seguente, lungo la strada verso Jaipur, ci siamo fermati a Fatehpur Sikri, la città fantasma costruita da Akbar e abbandonata dopo pochi anni per mancanza d’acqua. Camminare tra le sue architetture ancora intatte, sapendo che nessuno le abita più da secoli, mi ha lasciato addosso un senso strano di sospensione e di immortalità di quelle terre. È uno di quei posti che raccontano più della storia stessa di quanto potrebbe fare un libro.

Jaipur, la città rosa

A Jaipur ho vissuto una delle giornate più intense del viaggio. La mattina siamo saliti all’Amber Fort a dorso di un elefante, un’esperienza che all’inizio mi metteva un po’ in soggezione, ma che si è trasformata in un momento quasi buffo e di relazione con una creatura esotica che difficilmente sarò in grado di rivivere allo stesso modo.

Nel pomeriggio abbiamo visitato il City Palace, l’Osservatorio Astronomico e l’Hawa Mahal, il Palazzo dei Venti, caratterizzato da una facciata a nido d’ape che al tramonto assume una colorazione quasi rosata. Jaipur si è rivelata una delle mie città indiane preferite. Sa mettere insieme la bellezza monumentale e viva dell’India con il traffico e i mercati che stazionano sotto le mura dei suoi palazzi.

Pushkar, un respiro diverso

Dopo aver vissuto alcuni giorni particolarmente intensi e dispendiosi, Pushkar era esattamente quello che ci voleva per fare una pausa. Il lago sacro, circondato da piccoli templi, ha un’atmosfera completamente diversa da quella delle città viste fino a quel momento. Ho passeggiato lungo i ghat nel tardo pomeriggio, guardando i pellegrini scendere verso l’acqua, e ho visitato il Brahma Temple, uno dei pochissimi al mondo dedicati a questa divinità. Non è un luogo che colpisce per la grandiosità, ma per il silenzio che si respira, anche in mezzo alla gente.

Jodhpur, la città blu

Il Mehrangarh Fort che domina la città è stato uno dei punti di sorpresa più interessanti durante la visita. Da lassù la vista sulle case dai tetti azzurri che si stendono a perdita d’occhio è uno di quei panorami che restano impressi. Ho camminato all’interno del forte toccando con mano la storia del clan Rathore che ha fondato la città nel XV secolo e rimanendo affascinata da quante cose, spesso poco note agli occhi di un occidentale, possano donare tanto anche a chi è solo di passaggio.

Udaipur, la città dei laghi

Udaipur è stata la tappa in cui il viaggio ha rallentato per prepararci alla conclusione. Forse proprio per questo mi è rimasta più nel cuore delle altre. Ho visitato il Jagdish Temple, dedicato a Vishnu, nel centro della città vecchia.

Il momento che però ricordo con più affetto è stata la passeggiata al Saheliyon ki Bari, il Giardino delle Damigelle d’Onore: tra fontane, elefanti di marmo, una piccola vasca di fiori di loto. È un giardino piccolo, discreto, ma che è stato in grado di regalarmi uno dei momenti più riposanti di tutto il viaggio, un momento in cui mi sono semplicemente seduta a guardare l’acqua senza pensare a nient’altro e in cui ho tirato le somme di una esperienza che porterò con me per sempre.

Quello che mi porto a casa

Dieci giorni sembravano tanti prima di partire, in realtà sono finiti in fretta. Quello che sicuramente non mi sarei mai aspettata è la varietà di situazioni e contesti che segnano l’India: si passa dal caos di Delhi al marmo bianco di Agra, dal deserto che si può scorgere guardando ai confini di Jodhpur alla calma dei laghi di Udaipur.

Ogni tappa ha avuto un valore a sé, quasi mai sovrapponibile a quello della tappa precedente. Torno a casa con la sensazione di aver toccato solo la superficie di un paese enorme e stratificato, ma con la certezza di aver visto abbastanza da capirne la complessità e da volerci tornare.

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