La storia di Salem Ahmad inizia con uno schermo acceso e finisce dietro le sbarre di un Carcere. Il tribunale di Campobasso ha stabilito una pena di 4 anni per quello che viene definito “terrorismo di parola“. Il giovane profugo Palestinese è stato condannato per aver conservato sul cellulare video della resistenza, immagini che ogni giorno attraversano i Social e i telegiornali. Questa sentenza appare come il riflesso di una strategia che mira a colpire chiunque denunci il Genocidio in corso, trasformando semplici opinioni digitali in reati gravissimi mentre il mondo osserva il massacro della popolazione civile.
Il ruolo della Calabria
Mentre si processano le parole di un ragazzo, la Calabria si ritrova al centro di dinamiche belliche complesse. Nonostante le rassicurazioni del Governo sulla sospensione del Memorandum di cooperazione militare, la realtà portuale racconta un’altra verità. A Gioia Tauro il transito di container e materiali destinati a Israele prosegue senza sosta. Le denunce del movimento Bds e della campagna No harbour for genocide evidenziano come gli scali calabresi restino ingranaggi fondamentali di una macchina che alimenta il conflitto, garantendo la logistica necessaria a chi prosegue l’oppressione.

Solidarietà in movimento
La risposta della società civile non si è fatta attendere e si muove via mare. Alcune imbarcazioni delle Flotille sono partite proprio dalle coste calabresi verso Gaza, cariche di aiuti, medici e attivisti.
Domenica 3 maggio, alle 17, poi, il coordinamento si ritroverà in presidio a Rossano per chiedere la scarcerazione di Salem. L’iniziativa coinciderà con l’arrivo al porto di Schiavonea della nave Gassan Kanafani.
L’obiettivo è chiaro: impedire che questa terra diventi complice silenziosa di un massacro e ribadire che la solidarietà non può essere imprigionata.






























