Il 1909 entrò nella storia della Calabria come un anno di transizione drammatica, segnato dalla revoca dello stato d’assedio a Reggio Calabria l’8 gennaio, dopo il devastante terremoto del 28 dicembre 1908. Questo evento non fu solo un atto amministrativo, ma simboleggiò il passaggio dal caos immediato post-sisma alla fase iniziale di ricostruzione in una regione prostrata da una delle più grandi tragedie naturali dell’Italia unita.
Con oltre 85 mila morti solo in Calabria e Messina – di cui circa 25 mila a Reggio – il disastro mise a nudo le fragilità strutturali del Mezzogiorno, tra case precarie, economia agraria e assenza di prevenzione sismica.
Le razzie tra gli sfollati
Quel terremoto, con magnitudo stimata tra 7.0 e 7.2 della scala Richter, colpì all’alba del 28 dicembre con epicentro tra Reggio Calabria e Messina. Le scosse principali, seguite da uno tsunami alto fino a 7-10 metri lungo la costa calabrese, rasero al suolo interi quartieri. A Reggio, il 90% degli edifici crollò; il porto fu sommerso, le strade si trasformarono in crepacci.
Testimonianze oculari descrivono scene apocalittiche: famiglie sepolte sotto le macerie, superstiti che vagavano nudi tra le rovine invernali, corpi trascinati dal mare.
Il re Vittorio Emanuele III e la regina Elena accorsero subito, seguiti da 60 mila soldati per i soccorsi. Lo stato d’assedio, proclamato il 29 dicembre dal governo Giolitti su richiesta del generale Luigi Cadorna, mirava a contenere saccheggi e disordini tra i 300 mila senza tetto calabresi, autorizzando perquisizioni e arresti senza mandato.
La misura fu dura ma necessaria. Nei primi giorni, con l’ordine pubblico al collasso, bande di malviventi approfittarono del caos per razzie sistematiche. I Carabinieri, sotto il comando del maggiore Vincenzo Delle Donne, pattugliarono le rovine giorno e notte, reprimendo furti e sommosse.
Reggio divenne un campo militare: tende per i vivi, fosse comuni per i morti. L’8 gennaio 1909, con la situazione stabilizzata, lo stato d’assedio fu revocato – salvo proroghe fino al 14 marzo – e le forze dell’ordine ricevettero la Medaglia d’Argento al Valor Militare collettiva.
Questo episodio evidenzia come il sisma non fosse solo una calamità naturale, ma un catalizzatore sociale: emerse la “questione meridionale” ante litteram, con accuse di inerzia statale e corruzione nei soccorsi.
Il contesto pre-sismico
Per comprendere appieno l’8 gennaio 1909, occorre guardare indietro. La Calabria di inizio ‘900 era una terra di contrasti: erede di una storia notevole, ma economicamente arretrata.
L’agricoltura – ulivi, agrumi, seta – dominava, ma le ricorrenti calamità naturali avevano lasciato un tessuto urbano vulnerabile. Reggio, capoluogo da 40 mila abitanti, ospitava il Palazzo del Governo e il Museo Nazionale, ma gran parte delle case era in muratura “semplice”, senza alcuna forma di prevenzione sismica.
L’emigrazione verso l’America era già massiccia: tra 1901 e 1911 partirono quasi 200 mila calabresi, spinti dalla malaria, dalle pessime condizioni di vita nei latifondi e dalla povertà.
Il 28 dicembre, la prima scossa alle 5:20 distrusse all’incirca il 70% di Reggio Calabria in appena 30 secondi; una seconda alle 7:20 completò l’opera.
Lo tsunami, generato dal crollo sottomarino dello Stretto, travolse il lungomare: navi come il piroscafo Calabria furono scaraventate ad oltre 100 metri dall’approdo.
Morti illustri inclusero il prefetto e l’arcivescovo. Aiuti arrivarono da tutta Italia: Torino inviò 500 operai, Milano tende e viveri. Ma la logistica fallì: ferrovie interrotte, telegrafi guasti.
Il governo nominò quindi dei commissari regi – Oreste Regnoli per Reggio – incaricati di realizzare delle baraccopoli temporanee e dei piani regolatori.
Tra ordine e ricostruzione
L’8 gennaio rappresentò una svolta simbolica. Con i saccheggi arginati e i primi campi profughi operativi, Giolitti poté allentare i poteri straordinari.
I Carabinieri smantellarono posti di blocco, ma la tensione rimase: proteste per cibo scarso e epidemie di tifo. La ricostruzione partì con “case Ross” (baracche in legno) per 50 mila sfollati; il piano Fariello per Reggio previde un nuovo tracciato urbano, largo viale Margherita (oggi Garibaldi) e quartieri antisismici.
Culturalmente, il sisma ispirò letteratura e arte. Luigi Pirandello dedicò poesie alle vittime; il fotografo Vittorio Cannistrà immortalò la desolazione.
A livello nazionale, nacquero le leggi antisismiche (ufficialmente, solo 1915). Economicamente, Reggio perse il ruolo di hub commerciale, ed esplose nuovamente l’emigrazione con 1,5 milioni di calabresi all’estero entro 1920.




























