Esiste una narrazione storica, dura a morire, che vuole il Meridione estraneo alla Resistenza. Un territorio lontano dai fronti, attraversato dalla guerra senza averla combattuta davvero. La Calabria, in particolare, sembra scomparire dai libri quando si parla di quel lungo e sanguinoso periodo che va dall’armistizio dell’8 settembre 1943 alla Liberazione del 25 aprile 1945. Eppure quella narrazione è falsa, o almeno profondamente incompleta. E ogni 25 aprile è l’occasione giusta per ricordarlo.
Lontani dai fronti, ma non indifferenti
La Calabria fu attraversata due volte dalle colonne dell’esercito: prima dai militari dell’Asse in corsa verso la Sicilia, poi dai tedeschi in ritirata davanti all’avanzata alleata che risaliva la penisola. Il 10 settembre del 1943, le truppe naziste avevano già abbandonato il suolo calabrese. Questo ha alimentato per decenni l’equivoco: nessun combattimento in Calabria, dunque nessun contributo alla Liberazione.
Ma la storia, quella vera, racconta altro. Studi storici recenti — in particolare quelli condotti dall’Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea — hanno dimostrato che circa il 30% delle formazioni partigiane era composto da meridionali, e che circa settemila furono i meridionali che combatterono in Piemonte, di cui quasi mille calabresi. Erano operai emigrati al Nord, ex militari sorpresi dall’armistizio lontano da casa, studenti giovanissimi che di fronte all’occupazione nazifascista scelsero di non stare a guardare.

Storie di coraggio dimenticato
Tra le storie più emblematiche c’è quella di Federico Tallarico, catanzarese, comandante partigiano tra i più influenti della Resistenza piemontese. Arrestato il 12 gennaio del 1945 insieme al fratello Antonio e alla sorella Nina, fu condannato a morte dai tedeschi, ma la sentenza non venne eseguita: era troppo prezioso per un eventuale scambio di prigionieri. Liberato, il 25 aprile guidò il corteo trionfante della Torino liberata.
Accanto a lui, i fratelli crotonesi Giulio e Franco Nicoletta, comandanti della 43ª Divisione Autonoma “Sergio De Vitis”. Giulio Nicoletta aveva costruito la sua brigata quasi dal nulla, a partire da un gruppetto di partigiani nelle colline torinesi. Nel 1944 tentò trattative con i tedeschi per la liberazione di 51 ostaggi di Cumiana: i nazisti violarono gli accordi e uccisero tutti gli ostaggi. Fu una delle tante ferite che segnarono quella guerra spietata.
Il vibonese Saverio Papandrea, nome di battaglia “Avvocatino”, sacrificò la propria vita a Forno Canavese il 9 dicembre 1943 per coprire la ritirata dei compagni accerchiati durante un rastrellamento tedesco. Sparò l’ultimo colpo di pistola, poi si lanciò in un burrone pur di non cadere nelle mani dei nazisti. Gli fu conferita la medaglia d’oro al valor militare. Uguale destino eroico per il vibonese Vinicio Cortese, ufficiale carrista della brigata Matteotti, caduto a Ozzano Monferrato il 26 agosto 1944 nel tentativo di far saltare un ponte per salvare i suoi uomini dall’accerchiamento.

Il “Gobbo del Quarticciolo” e altri eroi dimenticati
Non tutta la Resistenza calabrese si consumò al Nord. C’è chi combatté anche a Roma. È il caso di Giuseppe Albano, nativo di Gerace (RC), soprannominato “il gobbo del Quarticciolo” per una malformazione fisica causata da una caduta. Nell’aprile del 1944 era il partigiano più ricercato dai nazisti nella capitale. Per catturarlo, il comando tedesco ordinò l’arresto di tutti i gobbi di Roma — un episodio grottesco e tragico al tempo stesso — ma inutilmente: Albano riuscì a sfuggire alla cattura.
C’è poi la storia di Francesco Restuccia, maestro e giornalista nato a Joppolo ma adottato da Tropea, che il 24 marzo del 1944 si trovava nei pressi delle Fosse Ardeatine pochi istanti prima dell’eccidio. Fu salvato dall’avvertimento di un cognato che lo esortò ad allontanarsi immediatamente. Sopravvissuto, divenne partigiano e nel 2016, alla veneranda età di 91 anni, ricevette la medaglia della Liberazione insieme ai calabresi Carmine Fusca di Limbadi e Pasquale Staglianò di Bagnara.

Una dignità storica non sempre valorizzata
Ricordare i partigiani calabresi non è solo un atto dovuto verso chi sacrificò la propria vita. È anche un modo per restituire alla Calabria la sua dignità storica, troppo spesso negata o ignorata.
Quei ragazzi che partirono da Cardeto, Gerace, Vibo Valentia, Crotone, Rossano e da mille altri paesi calabresi per combattere la tirannia nazifascista nelle fabbriche del Nord, sulle montagne del Piemonte, nelle strade di Roma, hanno contribuito a costruire la Repubblica italiana su cui ancora oggi viviamo.
Il 25 aprile, allora, è anche una festa calabrese. E merita di essere celebrata con la consapevolezza di chi sa che anche da queste terre, da questa terra spesso dimenticata ai margini del Paese, è venuto un contributo di sangue, di coraggio e di libertà.




























