Assoluzione piena “per non aver commesso il fatto”. Si è concluso così il processo di secondo grado davanti alla Corte di Assise di Appello di Catanzaro, presieduta dal giudice Piero Santese, nei confronti di Giuseppe Spagnolo, imputato per la scomparsa e la morte di Domenico Di Cicco, risalente al 2001.
La pronuncia dei giudici ribalta completamente la sentenza emessa in primo grado dal Gup, che aveva inflitto all’imputato una condanna a trenta anni di reclusione, respingendo la richiesta della Procura Generale, rappresentata dal magistrato Marisa Manzini, che aveva invocato la conferma della pena.
Accolta la tesi della difesa
La Corte ha accolto integralmente le argomentazioni presentate dai legali difensori, gli avvocati Gregorio Viscomi e Tiziano Saporito. La strategia difensiva si è concentrata sul far emergere le profonde incongruenze e la scarsa attendibilità delle deposizioni rese dai collaboratori di giustizia Nicola Acri e Ciro Nigro, le cui dichiarazioni costituivano l’ossatura dell’impianto accusatorio.
La ricostruzione e la posizione dell’imputato
Secondo le indagini dell’epoca, Di Cicco venne eliminato poiché ritenuto un informatore delle forze dell’ordine. La vittima fu attirata a Cirò con la scusa di un affare legato alle armi, per poi essere condotta sul lungomare di Torretta di Crucoli e infine uccisa nei pressi del fiume Nicà.
Per questo delitto sono già state comminate le condanne all’ergastolo in rito ordinario per Giuseppe Nicastri e Nicola Azzaro. Nonostante l’assoluzione per questo specifico capo d’imputazione, Spagnolo rimane ristretto in carcere per scontare una condanna definitiva a venti anni di reclusione scaturita dal processo “Stige”.




























