La Corte d’Assise di Reggio Calabria ha depositato il 29 settembre scorso le motivazioni della condanna di primo grado, a 15 anni e mezzo, nei confronti di Francesco Putortì per l’omicidio di Alfio Stancanpiano e il tentato omicidio di Giovanni Bruno. I fatti risalgono al 27 maggio del 2024, quando le vittime si introdussero nell’abitazione dell’imputato da una finestra per compiere un furto. Putortì, rientrato in casa e aprendo la porta chiusa a doppia mandata, notò i ladri, si armò di un coltello preso in cucina e salì al piano superiore per affrontarli. Ferì a morte Alfio Stancapiano all’addome e colpì Giovanni Bruno alla schiena mentre tentavano di fuggire.

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Mancava il pericolo attuale
I giudici hanno escluso qualsiasi forma di legittima difesa, sia domiciliare sia nella modalità dell’eccesso colposo. Secondo la Corte d’Assise, mancavano i requisiti essenziali del pericolo attuale e della necessità della reazione.
Per i magistrati l’imputato sapeva che in casa non vi erano familiari: la moglie si trovava dal dentista e il figlio era a scuola, l’auto di famiglia non era nei paraggi e la porta d’ingresso era regolarmente serrata.
Avrebbe quindi potuto contattare le Forze dell’Ordine o far sentire la propria voce per mettere in fuga gli intrusi. La decisione di armarsi e affrontare i ladri è stata una scelta volontaria e non un atto difensivo necessitato.
I motivi sulla condanna
I magistrati hanno respinto anche l’ipotesi di legittima difesa putativa, in quanto non sarebbe sussistito alcun erroneo convincimento di dover tutelare sé o i propri cari.
È stata riconosciuta però l’attenuante della provocazione, causata dallo stato d’ira per la violazione di domicilio, ma sono state negate quelle generiche.
A pesare su questa decisione è stata l’assenza di un ripensamento critico, unitamente alla condotta tenuta nel corso delle indagini e subito dopo il delitto, quando Francesco Putortì lavò l’arma insanguinata e omise di informare subito i Carabinieri dell’uso del coltello.

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I dettagli del verdetto
La condanna complessiva è stata fissata a 15 anni e 6 mesi di reclusione, applicando la pena minima per l’omicidio, la riduzione di un terzo per la provocazione e l’aumento per il tentato omicidio in continuazione.
Alla pena detentiva si aggiungono le pene accessorie, la misura di sicurezza della libertà vigilata, il risarcimento dei danni e una somma provvisionale in favore di Giovanni Bruno e dei familiari del deceduto Alfio Stancapiano. L’imputato conserva comunque la presunzione di innocenza fino all’eventuale sentenza definitiva.




























