Strage Amendolara, Savino: «La mia coscienza è ustionata»

in Attualitàprovincia di Cosenza
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«La mia coscienza è ancora ustionata, ancora molto inquieta». Non usa mezzi termini monsignor Francesco Savino, vescovo della diocesi di Cassano all’Ionio e vicepresidente della Cei, per commentare la tragedia che pochi giorni fa ha sconvolto la Calabria: la morte macabra di quattro braccianti stranieri, letteralmente arsi vivi in un insediamento ad Amendolara. Un dramma che, secondo l’alto prelato, rappresenta «un punto di non ritorno» e solleva interrogativi pesantissimi sulle piaghe dello sfruttamento e del lavoro nero nei campi.

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​Un sistema di dominio

​Il j’accuse di monsignor Savino è netto e non ammette sconti. Il caporalato non può più essere derubricato a fenomeno isolato o a semplice criminalità locale: «Non è una deviazione marginale: è un sistema, è una struttura di dominio dove non esiste la persona, esiste soltanto la schiavitù della persona».

Parole che pesano come macigni e che interpellano direttamente le istituzioni, la società civile e il mondo imprenditoriale. Con una domanda che risuona come un tormento: «Poteva essere evitato questo accadimento così macabro e crudele?».

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L’appello allo Stato 

​Per il vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana è giunto il momento di passare dalle parole ai fatti. Il silenzio e l’oblio, che spesso calano dopo l’emozione del momento, questa volta non sono ammissibili.

«Non abbassiamo la nostra riflessione – incalza Savino – ed è l’ora di applicare, almeno nelle sue diverse articolazioni, la legge 199» (la normativa contro il caporalato, ndr). Il vescovo chiede una svolta radicale, un cambio di paradigma che sia al contempo sociale, culturale e imprenditoriale, mirato alla tutela e alla garanzia dei diritti di ogni lavoratore, «a partire dai fratelli e sorelle immigrati, finendo ai nostri operai italiani».

​La richiesta al governo e alle forze dell’ordine è una chiamata alla responsabilità: «Chiedo allo Stato di esserci con tutte le sue forze. Ci vogliono controlli veri, continui, non episodici. Si faccia ancora piena luce sull’evento».

​La strigliata ai fedeli

​Ma il monito più severo monsignor Savino lo riserva alla sua stessa comunità, scuotendo i cristiani dal rischio dell’ipocrisia religiosa. Un richiamo forte alla coerenza tra la fede professata e l’azione quotidiana: «Ai cristiani dico che non possiamo celebrare l’Eucaristia e poi restare indifferenti davanti a quattro corpi bruciati, di fronte al caporalato».

​La via d’uscita da questa barbarie, conclude il vescovo, passa inevitabilmente attraverso l’accoglienza e l’inclusione reale. Non si tratta solo di una misura di ordine pubblico, ma di un fondamentale test di tenuta democratica: «Occorre veramente attivare processi di integrazione. Su quest’ultima ci giochiamo la civiltà e una democrazia più matura. L’integrazione è veramente una questione di civiltà».

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