Dietro la vetrina istituzionale delle celebrazioni e dei laboratori aperti organizzati per la Notte Europea dei Ricercatori, la comunità scientifica del Consiglio Nazionale delle Ricerche e degli altri enti rompe il silenzio. La realtà nascosta parla di personale stanco, precario e logorato da anni di battaglie per il riconoscimento dei diritti fondamentali. A dar voce alla protesta è Valentina Grosso, referente regionale e coordinatrice del Movimento Precari Uniti CNR, che denuncia come la ricerca italiana abbia “un volto esausto”. I lavoratori ricordano di aver investito nell’istituzione gli anni migliori della propria vita per dare lustro e prestigio internazionale all’ente, sottolineando però di essere “oggi … stanchi di dover mendicare la stabilità” esigendo “il rispetto che spetta a chi lavora ogni giorno con dedizione e responsabilità”.

Il nodo della legge
I ricercatori mettono sotto accusa la gestione dei percorsi di stabilizzazione previsti dalla legge Madia, la norma dello Stato nata per sanare il precariato storico nella pubblica amministrazione.
Al Consiglio Nazionale delle Ricerche l’applicazione della legge si sarebbe trasformata in un imbuto burocratico a causa della drammatica carenza di fondi.
Da un lato c’è il blocco della stabilizzazione diretta per chi ha maturato tre anni di anzianità ed è entrato tramite concorso a tempo determinato: nella graduatoria ufficiale di dicembre figurano settecento precari, ma l’ente ne ha stabilizzati appena centottantacinque. I lavoratori chiedono lo scorrimento immediato e totale della lista per i restanti professionisti esclusi.

I precari invisibili
L’altro punto critico riguarda i concorsi riservati per chi ha accumulato i tre anni di requisiti attraverso contratti flessibili come assegni di ricerca e collaborazioni coordinate e continuative.
Per questa fascia la legge impone l’indizione di concorsi speciali con riserva di posti fino al cinquanta per cento. Ad oggi, denunciano i ricercatori, questi precari non sono stati nemmeno censiti e i bandi non sono mai partiti.
L’equazione della protesta è netta: troppi precari e troppi pochi soldi per la ricerca. I lavoratori si rivolgono al Governo chiedendo finanziamenti straordinari per fermare l’agonia della scienza italiana, avvertendo che senza un cambio di rotta la manifestazione rimarrà solo una passerella ipocrita, mentre le menti migliori del Paese saranno condannate alla precarietà o costrette alla fuga all’estero.
































