Le corsie degli ospedali della Calabria, come d’altronde del resto del Sud Italia, si confermano territori di trincea, dove la sicurezza dei lavoratori è messa a dura prova ogni giorno. Secondo i dati emersi dall’indagine del sindacato Nursing Up, le regioni meridionali e le isole registrano infatti la percentuale più alta in assoluto di scopertura dei posti di Polizia all’interno degli ospedali, raggiungendo un picco drammatico dell’85%. Una assenza di tutele statali che espone gli infermieri a rischi continui, soprattutto di notte, quando la gestione dell’ordine pubblico viene interamente delegata alla vigilanza privata. In un panorama in cui le strutture sanitarie calabresi affrontano già storiche carenze di organico, la mancanza di protezione strutturale aggrava la pressione assistenziale, trasformando i turni in corsia in una prova di resistenza fisica e psicologica.

La nostra regione, i punti caldi
Proprio nella nostra regione Nursing Up e Anaao evidenziano una situazione di massima allerta. Sebbene il numero assoluto di risposte spontanee ai questionari veda in testa regioni più popolose, in Calabria il fenomeno assume contorni emergenziali per ragioni strutturali.
La quasi totalità delle aggressioni si concentra nei Pronto Soccorso, nelle aree di degenza e nei servizi territoriali (Continuità assistenziale/Guardie mediche).
Le denunce e le segnalazioni più severe nell’ultimo periodo si sono concentrate negli hub di Cosenza (Ospedale dell’Annunziata), Reggio Calabria (GOM) e nell’area di Corigliano-Rossano.
Più dell’80% delle aggressioni è perpetrato da pazienti o dai loro familiari/caregiver. Le motivazioni principali risiedono nei lunghi tempi di attesa e nella percezione di disservizi dovuti a reparti “sotto organico”.
I sindacati denunciano come la Calabria sconti il prezzo più alto sul fronte del personale. La carenza di infermieri genera un circolo vizioso: meno personale in turno significa attese più lunghe per l’utenza, che a sua volta sfoga la frustrazione direttamente sugli operatori di front-office.
Le aree in allarme rosso
Tornando ai dati generali, l’ultimo rapporto firmato dal presidente Antonio De Palma estende l’allarme rosso a cinque grandi regioni italiane, svelando numeri che testimoniano una vera e propria crisi nazionale: oltre 18 mila i casi totali, più del 55% che hanno interessati infermieri.
La Lombardia si posiziona al vertice di questa triste statistica con quasi 9000 segnalazioni annue, seguita dal Veneto con oltre 3000 episodi registrati.
In Emilia-Romagna si contano 2715 aggressioni, con una media superiore a 7 casi al giorno che vedono gli infermieri coinvolti in quasi il 60% delle situazioni.
La Toscana supera i 2000 episodi documentati, mentre la Campania mostra un incremento della violenza pari al 22%, superando la media nazionale e sollevando il velo sul grave fenomeno del sommerso.
Come evidenziato dai referenti sindacali, i numeri dimostrano che la crisi non risparmia nemmeno i sistemi sanitari regionali storicamente ritenuti più solidi ed efficienti.

La gravità delle minacce
A cambiare in modo profondo non è soltanto la distribuzione geografica delle aggressioni, ma la natura stessa della violenza all’interno dei reparti di emergenza-urgenza e nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura.
Se fino a qualche anno fa la cronaca registrava soprattutto insulti, spinte, schiaffi e pugni, oggi il personale si trova a fronteggiare una brutalità senza precedenti.
Gli operatori sanitari segnalano con una frequenza sempre maggiore tentativi di strangolamento, blocchi violenti al collo e soffocamenti.
L’episodio simbolo di questa spaventosa escalation si è verificato di recente al pronto soccorso del Sant’Orsola di Bologna, dove un’infermiera è stata aggredita e afferrata al collo da un paziente in forte stato di alterazione psicofisica, riportando ben 15 giorni di prognosi.
Le cause del fenomeno
L’indagine dettagliata rivela che oltre il 50% delle violenze complessive è perpetrato da soggetti che agiscono in condizioni di alterazione dovute a dipendenze patologiche o a gravi scompensi di natura psichiatrica.
In queste aree critiche convivono la fragilità dei malati, l’elevata pressione sui servizi e una cronica mancanza di organico che rende impossibile intercettare tempestivamente le situazioni di potenziale pericolo.
A complicare il quadro generale si aggiunge la rassegnazione dei professionisti della salute: molti di loro scelgono di non presentare alcuna denuncia formale a causa della farraginosa burocrazia o per la convinzione che nulla cambierà, finendo per considerare la violenza come una parte ordinaria del lavoro.

I numeri della difesa
Le analisi condotte su dati del Ministero della Salute e del Ministero dell’Interno mettono a nudo i limiti della rete di protezione istituzionale.
In tutta la penisola operano circa 620 pronto soccorso e più di 300 strutture dedicate alla salute mentale, per un totale di quasi 1000 presidi sanitari di frontiera esposti al pubblico. A fronte di questa enorme richiesta di sicurezza, sul territorio nazionale risultano attivi soltanto 195 posti di Polizia negli ospedali.
Il dato si traduce in una scopertura strutturale superiore al 68% per la sola rete di emergenza, una carenza che si attesta al 65% nel nord della penisola e supera il 75% nelle regioni del centro, lasciando scoperti i momenti più critici della settimana.
La richiesta di interventi
Davanti a questo scenario il sindacato ha lanciato un appello urgente allo Stato per attuare investimenti massicci sull’aumento del personale, per introdurre tutele psicologiche alle vittime e per attivare procedure di denuncia rapide ed efficaci.
Diventa essenziale predisporre una verifica accurata sulla presenza reale delle forze dell’ordine nei centri maggiormente esposti alle tensioni sociali.
Nella dichiarazione finale del presidente Antonio De Palma emerge con forza il concetto secondo cui la difesa dei professionisti della salute coincide con la tutela del futuro assistenziale di tutto il Paese, ribadendo che un infermiere non può entrare in turno con la paura di subire danni fisici durante lo svolgimento delle proprie mansioni.




























