Il 21 marzo rappresenta un momento di profonda riflessione per la nazione, celebrando la giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Secondo il consigliere regionale Enzo Bruno, vicepresidente della commissione contro la ‘ndrangheta, la corruzione e l’illegalità diffusa, questa data non può essere considerata una semplice ricorrenza formale.
Si tratta, al contrario, di una vera e propria resa dei conti con la coscienza collettiva del Paese. Le oltre millecento vittime non sono numeri, ma storie interrotte che attendono ancora risposte certe. Molte famiglie, infatti, continuano a chiedere con forza verità e giustizia, diritti che dovrebbero essere garantiti ma che in molti casi restano ancora negati.
Il riconoscimento dello Stato
Il percorso di questa giornata ha radici lontane, risalenti al millenovecentonovantasei, quando l’associazione Libera ne promosse la prima edizione. L’obiettivo era restituire nome e dignità a chi era stato cancellato dalla violenza criminale e, successivamente, dall’oblio. Nel duemiladiciassette lo Stato italiano ha recepito questa necessità istituendo la giornata per legge.
Tuttavia, come sottolineato da Enzo Bruno, la vera forza di questa celebrazione non risiede nella norma giuridica, ma nella responsabilità morale che impone a ogni cittadino. Riprendendo le parole di don Luigi Ciotti, il consigliere ha ribadito che la memoria non deve trasformarsi in un esercizio retorico, ma deve restare una domanda aperta rivolta costantemente alle istituzioni.
L’evoluzione delle mafie
Un passaggio cruciale della riflessione riguarda il mutamento dei fenomeni criminali. Le mafie contemporanee hanno abbandonato la violenza visibile per trasformarsi in sistemi economici complessi e relazioni opache. Non sono più confinate in ambiti geografici ristretti, ma si infiltrano ovunque lo Stato mostri segni di debolezza.
Considerarle un fenomeno locale è un errore grave: le organizzazioni criminali oggi occupano ogni spazio libero. Pertanto, ricordare le vittime significa anche agire concretamente per eliminare le condizioni sociali ed economiche che hanno reso possibili quelle morti, contrastando la capacità di infiltrazione dei clan nel tessuto produttivo e istituzionale.
La memoria come metodo
Per le istituzioni, la commemorazione deve necessariamente tradursi in azione. Il vicepresidente della commissione regionale ha chiarito che ogni vuoto lasciato dallo Stato viene inevitabilmente occupato dall’illegalità. Il ventuno marzo ha senso solo se smette di essere un singolo giorno di calendario per diventare un metodo di lavoro quotidiano.
La memoria deve guidare le scelte politiche e amministrative, trasformando il ricordo in responsabilità civile. In assenza di questo passaggio fondamentale, le celebrazioni rischiano di restare sterili cerimonie incapaci di generare quel cambiamento profondo necessario per costruire una società basata sulla legalità e sulla giustizia sociale.




























