È scattato all’alba di stamani un blitz che ha portato all’esecuzione di 11 ordini di arresto nei confronti dei presunti componenti di un sodalizio, vicino a vari gruppi mafiosi, che avrebbe gestito illecitamente la gran parte delle attività di videolottery e di gioco on-line a livello nazionale e anche all’estero.
Tra i soggetti finiti in manette figurano un presunto boss della ‘ndrangheta calabrese, Nicola Femia, e un noto imprenditore del settore della raccolta del gioco via web, ritenuto collegato a clan camorristici. È stato inoltre disposto il sequestro di numerosi beni mobili ed immobili riconducibili agli indagati e del valore di oltre 10 milioni di euro.
I DETTAGLI DELL’OPERAZIONE IMITATION GAME
A finire in manette vi sono tre calabresi: Alessandro Ciliberto, alias Alex, nato Vibo Valentia nel 77; Nicola Femia, alias Rocco, nato a Marina di Gioiosa nel 61 e D.V., nato a Reggio Calabria nel 78. Gli altri destinatari del provvedimento sono Antonio Boi, nato a Roma nel 79; 2. Itria Caschetto, nata a Siracusa nell’85; Stefano De Dominicis, nato a Roma nel 66; Biagino Di Manno, nato a Formia nel 73; S.F., nato a Napoli nel 71; Agnello Gargiulo, alias Nello, nato a Napoli nel 70; Emiliano Giorgi, nato a Roma nel 78; L.T.
A tutti viene contestata è l’associazione a delinquere a carattere transnazionale volta a commettere una serie indeterminata di reati attraverso una presunta rete illegale di gioco on line, secondo gli investigatori aggirando, in questo modo, la normativa di settore e omettendo il versamento dei tributi per la concessione di gioco, e allo scopo di realizzare diverse truffe ai danni dello Stato.
Per il solo imprenditore, considerato al vertice dell’organizzazione criminale, è stata anche riconosciuta l’aggravante “mafiosa” poiché secondo gli inquirenti sarebbe stato avvantaggiato dal clan dei Casalesi nell’affermarsi nel settore delle scommesse illecite.
Il Tribunale di Roma, dopo degli accertamenti patrimoniali condotti dalla Guardia di Finanza, ha inoltre disposto il sequestro dei numerosi beni mobili ed immobili riconducibili direttamente o indirettamente ai principali indagati, tra i quali spiccano società che hanno tra i propri asset sale giochi e attività di ristorazione; oltre ad autovetture, correnti e depositi bancari.
IL BOSS CALABRESE ED IL “RE DELLE SLOT”
Tra tutti, spiegano gli investigatori, spiccherebbero le figure di Nicola Femia, considerato un importante boss ‘ndranghetista che dalla provincia di Ravenna avrebbe diretto, sul territorio nazionale ed estero, l’intensa attività illecita del gioco on line e delle videolottery, e quella dell’imprenditore, detto anche “il re delle slot”, per la gestione dei siti illeciti di scommesse sul web e non autorizzati dall’Amministrazione per i Monopoli.
Secondo gli inquirenti, l’imprenditore – già noto alle cronache giudiziarie – sarebbe “l’indispensabile cerniera tra gli interessi della criminalità organizzata nei forti guadagni derivanti dal gioco illecito ed il mondo della tecnologia informatica, in virtù delle sue capacità di realizzare ‘chiavi in mano’ risorse web dedicate al gioco online”.
Lo stesso è uno dei più noti imprenditori del settore economico della raccolta del gioco in rete ed è molto conosciuto in campo nazionale ed internazionale per aver avviato dei veri e propri casinò virtuali, molti dei quali, nella home page, “contengono estremi di concessioni asseritamente rilasciate da autorità governative di Paesi caraibici, notoriamente considerati paradisi fiscali”.
In quest’ottica, sempre in base alla tesi investigativa, l’uomo pur non essendo affiliato direttamente a nessun clan, si sarebbe rivolto a soggetti appartenenti ad organizzazioni di stampo mafioso per poter garantire una diffusione più rapida del suo “prodotto”, cosa che avrebbe consentito agli stessi di ottenere ingenti guadagni illeciti oltre che aumentar i suoi stessi profitti.
“Anche in considerazione delle metodologie mafiose tipiche dei sodalizi cui prestava la propria opera” sostengono gli inquirenti, avrebbe “ricoperto un ruolo primario, e quasi monopolistico, nella gestione dei cosiddetti ‘totem’ per le scommesse via web”.
I RICAVI SU CONTI ESTERI REINVESTITI IN IMMOBILI IN ITALIA
Le indagini – avviate dalla Squadra Mobile di Roma all’indomani del tentato omicidio dell’allora trentenne Fabio Massimo Aragona, avvenuto il 18 aprile del 2011 ad Ostia Lido e convergenti con analoghe investigazioni condotte dalla Compagnia di Nola e dallo Scico della Guardia di Finanza – avrebbero delineato un’associazione a delinquere finalizzata al gioco d’azzardo, aggravata dalla finalità agevolatrice di tipo mafioso, operante su tutto il territorio nazionale ed all’estero, della quale l’imprenditore si titene sua stato il promotore e l’organizzatore.
In particolare l’organizzazione, attraverso la creazione di un sito illegale per il gioco del poker online denominato dollaropoker, con server e struttura di gestione situati all’estero, sarebbe riuscito ad introitare ingenti guadagni che sarebbero stati versati su conti correnti esteri per poi rientrare in Italia attraverso l’acquisizione di immobili.
La tesi è che la struttura “ideata, organizzata e diretta dal ‘re delle slot’ – sostengono ancora gli inquirenti – aveva la caratteristica di essere di tipo verticistico e piramidale, al cui apice vi era lo stesso (re delle slot, ndr.) che intratteneva rapporti diretti con i cosiddetti National, costituenti il livello più alto dell’organizzazione. Ai National facevano quindi riferimento i Regional che provvedevano al ritiro delle somme di denaro dai Distrettii quali, a loro volta, provvedevano alla raccolta dai ClubManager, gli unici ad avere rapporti diretti con il ‘player’ finale il quale, per accedere al gioco on line, doveva corrispondere in anticipo all’organizzazione una somma di denaro che veniva poi accreditata in un conto virtuale anche mediante trasferimento con carte prepagate poste-pay. Ciascun livello era destinatario, quindi, di una precisa quota di profitti”.
IL SERVER IN FLORIDA GESTITO DALL’AZIENDA IN ROMANIA
Il “server” che gestiva il gioco on-line era ubicato a Tampa, in Florida (Stati Uniti), mentre in Romania aveva sede la società “Dollarobet srl”, dove fisicamente vi lavoravano sia il personale dell’assistenza al sito sia gli “esperti informatici” che avevano la possibilità di accedere direttamente sul server.
Alle risultanze investigative si sono aggiunte, poi, le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia che hanno confermato il forte interessamento dei clan camorristici per il settore del gioco illegale on line e la progressiva acquisizione del controllo di tale attività illecita su intere fette del territorio nazionale. I proventi delle attività sarebbero stati versati mensilmente ai “casalesi” facenti capo a Michele Zagaria, Antonio Iovine e Francesco Schiavone.
L’attività investigativa ha anche fatto emergere i collegamenti con la ‘ndrangheta per il tramite di Nicola Femia, che sarebbe contiguo al clan Mazzaferro di Marina di Gioiosa Ionica.
Imprenditore: sentenza ribaltata in Appello, esclusa aggravante mafiosa
08/10/2026 | 16:35 | La Corte di Appello di Roma, il primo dicembre del 2025, ha pronunciato una sentenza di riforma della decisione di primo grado assunta il 9 maggio del 2018 dal Tribunale capitolino escludendo a carico dell’imprenditore l’aggravante mafiosa contestata inizialmente, e ritenendo che non vi sia prova certa di una sua “partecipazione o consapevolezza negli affari del clan camorristici”.
Nello specifico, i giudici d’Appello hanno accolto le doglianze difensive sull’inattendibilità dei collaboratori di giustizia (come Attilio Pellegrino) che ipotizzavano un suo legame con i Casalesi, definendo tali narrazioni “vaghe e non riscontrate” e quindi escludendo ogni sua vicinanza con quest’ultimi.
Anche la Procura di Roma ha richiesto l’assoluzione dell’indagato, ed è stata inoltre valorizzata un’intercettazione in cui lo stesso manifestava apertamente la sua avversione ad avere “rapporti con i delinquenti”.
La Procura non ha poi fatto ricorso in Cassazione per cui l’assoluzione per agevolazione mafiosa è divenuta irrevocabile. Per i reati di cui ai capi A e C, la Corte ha dichiarato di non doversi procedere per intervenuta prescrizione, confermando però l’esclusione dell’aggravante mafiosa.




























