Lamezia Terme. Teresa Benincasa: rom, totem della precarietà?
Speriamo che la giunta comunale, i baldi giovani più vicini al sindaco e soprattutto il Sindaco in pectore della legalità non siano in vacanza in terre lontane, dove le cronache sulla tragedia annunciata nel campo rom di Lamezia Terme arriverebbe con l’eco rassicurante della lontananza. Il Sindaco vuole interpretare lo Svevo della Coscienza di Zeno che preferisce essere un “dilettante”, un “inetto”, un “abbozzo” aperto a possibilità diverse. Oppure, sul problema rom, accetta di mettere la marcia della priorità e integrare i suoi programmi con lo spirito di concretezza? Perché nel programma per la città, il sindaco dichiara di voler procedere al progressivo svuotamento dell’area di Scordovillo mentre si mettono a punto progetti tesi a stabilizzare la permanenza degli stessi? Tra il dire e il fare dell’amministrazione Speranza sorge il dubbio che la questione romsi sia trasformata in un totem che porta denaro da progettare ma non porta una soluzione da mettere in campo. Come altrimenti considerare il caleidoscopio di finanziamenti che negli ultimi anni sono stati programmati a metà e poi rimodulati e poi ancora lasciati irrealizzati con le risorse messe a disposizione dal PON-sicurezza? Si tratta di una montagna di fondi, una rete di associazioni e cooperative, ipotesi e progetti calati per mano dell’amministrazione e che hanno incluso tutto e il contrario di tutto: prima la raccolta del ferro, poi la creazione della ceramica; prima la costruzione di alloggi sui terreni confiscati poi la sistemazione di fabbricati a Scordo villo. In questi anni è stato progettato di tutto tranne che una via d’uscita per la sicurezza della città. Zero soluzione anche per quei rom, costretti loro malgrado a essere considerati il terminale di una politica che a loro non parla e si limita ad offrire le briciole di un sistema che nel tempo è diventato sempre più assistenziale, quasi clientelare: il totem della precarietà. Sui rom, il protagonismo dell’area tecnica e dei servizi sociali del Comune è rintracciabile sulle punte delle dita usate per vergare i milioni di euro iscritti al capitolo finanziamenti Pon. nessuna traccia di volontà. Continua a mancare il polso di un sindaco che scelga di non rinviare, di non delegare, di non tamponare più. La cura degli indugi ha prodotto effetti peggiori del male. La città, a mio avviso, è più consapevole di chi la rappresenta sulla necessità di convergere su una soluzione. Ma ha ragione a dubitare sul “modo”. Occorre scuotere l’albero dei frutti cattivi, prima. Bisogna mettere al centro delle politiche per i rom l’idea di un ruolo attivo e sostenerli in maniera dignitosa affinché siano lasciati liberi non di delinquere, ma di diventare consapevoli e responsabili delle loro azioni. Non si tratta di condannare o assolvere i rom per essere come sono diventati, il fardello di una città intera. Ma di guardarli con gli stessi occhi con cui vorremmo essere guardati noi, al loro posto. Non è giusto pensarli come i “malati” a cui dover somministrare una “cura”, senza consenso. Bisogna affrontare la questione rom non a parole e non con progetti senza nesso. E’ necessario ripartire da un progetto che valorizzi il ruolo delle donne adulte rom, le madri, se si vuole cambiare davvero. sbagliato è continuare a pensare che i problemi siano solo di chi ci vive in quel recinto infelice. La piccola di 9 anni rimasta ferita due giorni fa se sopravviverà, potrà raccontare di avere ricevuto i proiettili di due giovanotti litiganti. La fiaba andrà avanti. Ma Lamezia, dove rischia di spingere la popolazione rom se smette di interrogarsi sui loro destini? Cosa ci fanno le armi da fuoco nell’accampamento? C’è qualcuno indagato per porto d’armi abusivo? Come e per difendere cosa gli zingari sono entrati in possesso di armi da fuoco?
Il Consigliere
Teresa Benincasa



























