“Un’altra pelle”: all’Unical il libro di Antonio Anastasi tra memoria, verità e responsabilità

in Tempo liberoprovincia di CosenzaCrotone
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Il campus di Rende si prepara a diventare un laboratorio di riflessione civile. Domani, 22 aprile alle 14, l’University Club dell’Università della Calabria ospiterà la presentazione del libro Un’altra pelle, scritto dal giornalista Antonio Anastasi. L’opera scava nella vita di Salvatore Cortese, un tempo killer della ‘Ndrangheta, che ha deciso di strappare il velo dell’omertà per intraprendere un percorso di trasformazione radicale. Non si tratta di una semplice cronaca giudiziaria, ma di una narrazione densa che interroga le coscienze sulla possibilità reale di cambiare pelle e di abbandonare la cultura della violenza. L’evento celebra il quindicesimo ciclo di Pedagogia dell’Antimafia, un progetto che dal 2011 educa gli studenti a leggere criticamente il potere criminale.

Voci a confronto

L’incontro vedrà l’intreccio di sguardi diversi per analizzare la complessità del fenomeno mafioso. I saluti del prorettore Stefano Curcio e della direttrice Maria Mirabelli apriranno una discussione coordinata da Giancarlo Costabile, docente da sempre impegnato nel contrasto culturale alle mafie, affiancato dall’educatrice Flavia Cotroneo.

Al tavolo dei relatori siederanno figure di primo piano come il procuratore capo di Crotone, Domenico Guarascio, e lo studioso di fama internazionale Antonio Nicaso, che dalla Queens University del Canada porta la sua analisi sulle mafie globali. Insieme a loro, il direttore Rocco Valenti offrirà il punto di vista del giornalismo nel costruire un’opinione pubblica libera dai condizionamenti.

> Domenico Guarascio

La parola come impegno

In questo spazio di confronto, la testimonianza diventa uno strumento pedagogico fondamentale. L’obiettivo dell’ateneo è fornire alla comunità accademica i mezzi per andare oltre le apparenze, trasformando la narrazione in un dispositivo critico.

Come sottolinea l’impegno di Antonio Anastasi, la lotta alla criminalità non può passare solo attraverso la repressione, ma deve investire i linguaggi e i comportamenti quotidiani.

Solo attraverso la parola e la responsabilità individuale si può costruire una cittadinanza consapevole, capace di contrastare il radicamento mafioso nei territori e di promuovere una cultura della giustizia e dei diritti costituzionali.

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