Quello della scorsa notte, con l’ordigno fatto esplodere davanti l’abitazione del procuratore generale Salvatore Di Landro, e’ solo l’ultimo degli avvertimenti alla magistratura di Reggio Calabria. Sono mesi di fuoco nella citta’ dello Stretto, segnata da un percorso di vendetta che la ‘ndrangheta sta cercando di mettere in piedi nei confronti della giustizia. Il 3 gennaio scorso a saltare in aria fu il portone della Procura generale di Reggio. Due persone, giunte a bordo di un motorino, piazzarono una bombola che provoco’ la deflagrazione e le fiamme. “E’ un attentato concordato da tutte le cosche”, disse Di Landro. L’azione messa in piedi con il sequestro dei beni e l’arresto dei latitanti non piaceva alle cosche. Cosi’, lo scorso mese di giugno fu sabotata l’automobile di servizio di Di Landro, allentando i bulloni di una ruota. La vettura si trovava nel parcheggio del Centro direzionale, dove vengono lasciate le vetture di servizio dei magistrati della Dda e della Procura generale di Reggio Calabria. In questo clima si inseriscono anche le buste con proiettili e minacce di morte che sono state inviate, tra l’altro, al Procuratore della Repubblica, Giuseppe Pignatone, ed ai pm della Procura reggina Vincenzo Lombardo e Antonio De Bernardo. E poi, l’inquietante messaggio nel giorno della visita di Giorgio Napolitano a Reggio Calabria, a gennaio scorso, per esprimere solidarieta’ dopo l’esplosione davanti agli uffici giudiziari. Le forze dell’ordine ritrovarono un’automobile, lasciata lungo il percorso seguito dal corteo presidenziale, con all’interno un consistente quantitativo di armi.
Ultime notizie
dalla regione
Altre notizie
dall'Italia



























