Il sisma delle Marche e il business della ricostruzione all’ombra di ‘ndrangheta e camorra

in Cronacaprovincia di Calabria
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Un’imponente e complessa operazione, non a caso denominata Ricostruzione, che avrebbe svelato un articolato sistema capace di proiettare la sua ombra sui fondi pubblici destinati alla rinascita dei territori colpiti dal terremoto del 2016 nelle Marche e su importanti appalti della pubblica amministrazione.

Una attività investigativa, diretta dalla Dda di Ancona con il coordinamento della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, e condotta sul campo dai militari del Nucleo di Pef della Guardia di Finanza del caplluogo marchigiano che ha spalancato le porte del carcere per otto persone, sottoponendo ad interrogatorio preventivo altre cinque, al sequestro impeditivo di tre società, a quello preventivo di beni per oltre 57 milioni di euro e a più di 50 perquisizioni in tredici diverse province italiane.

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Il meccanismo 

L’inchiesta accende un faro su una presunta organizzazione che avrebbe agito attraverso una convergenza di interessi tra l’imprenditoria legale e ditte considerate collegate alla criminalità organizzata.

Al centro imprenditore (E.C. le sue iniziali), con una forza lavoro del tutto sproporzionata rispetto al numero di cantieri acquisiti. L’uomo avrebbe assunto la veste di appaltatore principale per accedere ai fondi del cosiddetto stato di avanzamento lavori zero, incassando l’anticipo pari al 20 per cento del valore dei contratti.

Successivamente, la manodopera e l’esecuzione dei lavori sarebbero stati ripartiti tramite subappalti non genuini a ditte gestite da prestanome o colpite da interdittive antimafia.

Attraverso questa condotta ingannevole, le società schermate sarebbero riuscite ad iscriversi all’Anagrafe Antimafia degli Esecutori, garantendo un’indebita allocazione di risorse pubbliche stimata in circa 200 milioni di euro garantiti dallo Stato tramite la Cassa Depositi e Prestiti e l’Ufficio Speciale per la Ricostruzione.

L’ombra calabrese

Il legame con la Calabria e con contesti di matrice ‘ndranghetistica rappresenta poi uno dei pilastri dell’intera inchiesta. La figura chiave in questo versante è un altro imprenditore (V.C.) insediatosi a Sassoferrato (Ancona) alla fine degli anni 90 e che da tempo sarebbe legato da stretti rapporti con la criminalità organizzata reggina.

In particolare, gli accertamenti documenterebbero le sue relazioni con la famiglia Avignone di Taurianova e Cittanova e con la cosca Crea di Rizziconi.

Quest’ultima è già nota alla magistratura marchigiana per essere stata individuata come mandante dell’omicidio di Marcello Bruzzese, fratello del collaboratore di giustizia Gerolamo Bruzzese, avvenuto a Pesaro nel 2018.

L’imprenditore calabrese, le cui aziende erano in liquidazione giudiziale e non avrebbero mai potuto operare nei cantieri del cratere, avrebbero utilizzato delle società intestate anche queste a prestanome, fornendo manodopera ed emettendo fatture per operazioni inesistenti per circa 8 milioni di euro. I pagamenti sarebbero stati poi restituiti in contanti e trasferiti in parte a due esponenti delle cosche reggine.

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Il comitato d’affari

Oltre al canale calabrese, l’imprenditore-cerniera E.C. si sarebbe avvalso anche di una seconda direttrice legata al clan campano dei Casalesi, in particolare alla fazione riconducibile a Michele Zagaria.

In questo filone figurano G.D., soggetto già condannato dalla Corte d’Appello di Napoli per associazione mafiosa, ed R.D. e A.E., che avevano trasferito le proprie attività dalla Toscana alle Marche usando dei prestanome per eludere i controlli antimafia.

In parallelo, le indagini hanno scoperto un terzo filone legato a un presunto comitato d’affari per la corruzione negli appalti della sanità e dell’edilizia universitaria della Regione Marche, di Erdis Marche e dell’Università di Camerino.

Gli inquirenti sostengono che nel comitato avrebbero operato un ex dirigente regionale, F.P., remunerato con 105 mila euro tra contanti e lavori edili, e due intermediari, A.C. e A.E., affiancati da altrettanti professionisti esperti nella gestione di trust finanziari esteri, utili a nascondere le mazzette.

Tra le operazioni contestate spicca l’acquisto di un ex monastero danneggiato dal terremoto, fatto rilevare da Erdis Marche per 3,3 milioni di euro e ristrutturato con 12 milioni di fondi pubblici, il cui appalto da 6 milioni è andato a E.C. e poi subappaltato a V.C. dietro la promessa di una tangente del 2 per cento.

I dettagli dei sequestri

L’impianto cautelare patrimoniale disposto dal Gip marchigiano ha colpito al cuore la struttura economica del presunto sodalizio. Il Giudice per le Indagini Preliminari ha stabilito infatti il sequestro impeditivo di tre aziende: due che sarebbero state utilizzate come schermo per l’emissione di fatture false necessarie a pagare le tangenti ai pubblici ufficiali, mentre la terza sarebbe stata impiegata per il subappalto illecito dei lavoratori.

Sul fronte finanziario, è stato eseguito un sequestro preventivo, anche per equivalente, di oltre 56,8 milioni di euro a tutela del profitto della truffa aggravata, bloccando in via prioritaria i crediti maturati dalle imprese nei confronti dello Stato.

A questo si aggiunge un ulteriore sequestro di 257.200 euro per il reato di corruzione contestato a due imprenditori della provincia di Macerata.

L’intera inchiesta vede complessivamente indagate 51 persone fisiche e 17 società per reati tributari, truffa, intestazione fittizia e corruzione, con l’aggravante di aver agevolato associazioni mafiose.

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