Un recente episodio di cronaca riportato da il Fatto Quotidiano mette in luce il valore del sistema sanitario nazionale attraverso un paragone con la realtà estera. In Svizzera, a Crans Montana, un giovane italiano coinvolto in un incendio durante la notte di Capodanno ha ricevuto una fattura di 67 mila franchi svizzeri per un ricovero di sole 15 ore in terapia intensiva. Questo dato rappresenta un monito su cosa significhi trasformare la medicina in un mercato dove ogni prestazione ha un prezzo elevatissimo, contrapponendosi alla scelta italiana del sistema pubblico fondato sull’universalità delle cure.
Tuttavia, proprio in Italia, questo modello appare oggi estremamente vulnerabile, soprattutto in territori complessi come la Calabria. Nella regione, il diritto costituzionale alla salute si scontra quotidianamente con una realtà fatta di disservizi e carenze, trasformando la necessità di curarsi in un difficile percorso a ostacoli per migliaia di cittadini.
La crisi del sistema sanitario in Calabria
La fragilità del sistema regionale è fotografata in modo impietoso dai dati sulla mobilità sanitaria passiva. Ogni anno la Calabria spende circa 300 milioni di euro per rimborsare le prestazioni sanitarie che i propri residenti sono costretti a cercare in altre regioni d’Italia. Questa cifra enorme non è solo un problema di bilancio, ma il segnale evidente di una sfiducia strutturale nelle strutture locali, incapaci di rispondere ai bisogni fondamentali della popolazione.
Oltre l’aspetto economico, emerge una profonda ferita sociale. La necessità di spostarsi per ricevere assistenza crea una discriminazione inaccettabile tra chi possiede i mezzi economici per affrontare viaggi e soggiorni fuori sede e chi, purtroppo, finisce per rinunciare del tutto alle cure. Si assiste così a una negazione del diritto alla salute che colpisce le fasce più deboli della cittadinanza.
Le responsabilità politiche e il peso delle logiche locali
L’attuale scenario non può essere attribuito a una singola gestione, ma è il risultato di responsabilità diffuse che hanno attraversato gli ultimi vent’anni di politica regionale e nazionale. Governi di diversi orientamenti, sia di destra che di centrosinistra, non sono stati in grado di invertire una rotta che ha portato al progressivo indebolimento della sanità calabrese.
Il sistema è stato troppo spesso soffocato da logiche estranee al benessere collettivo. Fenomeni come il clientelismo, le appartenenze politiche e le baronie hanno condizionato le nomine e la gestione delle risorse, frenando il riconoscimento del merito e allontanando i cittadini dalla fiducia nelle istituzioni sanitarie. Senza un cambiamento profondo che rimetta al centro l’interesse pubblico, la sanità in Calabria rischia di rimanere un diritto garantito solo sulla carta ma negato nei fatti.































