L’inchiesta nasce come un’estensione naturale dell’operazione Inter Nos, portata a termine nel 2021 dal Gico di Reggio Calabria. Al centro della vicenda la figura di un imprenditore ritenuto capace di tessere una rete fittissima per ottenere il monopolio nel settore delle pulizie e delle sanificazioni. Un sistema, definito come un vero e proprio cartello d’imprese, che avrebbe mirato a eliminare ogni forma di concorrenza attraverso una corruzione seriale e sistematica di funzionari pubblici. L’obiettivo era chiaro: aggiudicarsi le commesse pubbliche annullando le normali regole del mercato.

La mano delle cosche sulla sanità: tra presunti corrotti e corruttori in 16 finiscono in manette
La cassa comune
Per oliare i meccanismi del potere, gli imprenditori coinvolti avrebbero istituito una cosiddetta cassa comune. Ogni partecipante vi avrebbe messo una quota destinata a due scopi precisi: da un lato, garantire i pagamenti ai funzionari compiacenti per ottenere gli appalti; dall’altro, versare denaro alle cosche di Africo e Melito Porto Salvo.
Il supporto della ‘ndrangheta era infatti considerato essenziale per poter operare nei territori sotto la loro influenza criminale.
Un dettaglio inquietante riguarda la durata di questi pagamenti, che in molti casi proseguivano anche dopo che i funzionari erano andati in pensione. La speranza dei presunti corruttori era che “questi potessero mediare con i nuovi funzionari” per mantenere vivo il sistema delle proroghe.
Il sequestro milionario
Oggi, così, su proposta della Procura della Repubblica diretta da Giuseppe Borrelli, la Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria ha colpito duramente il patrimonio accumulato.
La Guardia di finanza locale, con il supporto dello Scico e del Nucleo di Pef di Firenze, ha eseguito una confisca di beni per un valore che supera i 6 milioni di euro.
Il provvedimento ha riguardato l’intero compendio aziendale di una società cooperativa, le quote di una Srl, un immobile e un conto corrente.






























