Una confisca definitiva di beni per un valore totale che supera i 162 milioni di euro è stata eseguita dai finanzieri a carico confronti di tre diversi imprenditori tutti coinvolti nell’operazione Coccodrillo. Al centro dell’inchiesta, gli stretti legami intrecciati dagli stessi indagati con storiche famiglie di ‘ndrangheta: quelle dei Mazzagatti di Oppido Mamertina (nel reggino), degli Arena di Isola Capo Rizzuto e dei Grande Aracri di Cutro (quest’ultime nel Crotonese). Grazie a questi accordi, le loro aziende sarebbero riuscite a conquistare una posizione di assoluto rilievo nelle forniture di calcestruzzo e negli appalti edili pubblici e privati, schivando ogni pretesa estorsiva mafiosa.
Imprenditori in odore di ‘ndrangheta, maxiconfisca da 160milioni
Il summit nel cantiere
Si tratta di Antonio Lobello (di 77 anni) e dei figli Giuseppe e Daniele (rispettiamente di 56 e 52 anni), condannati in via definitiva a pene comprese tra 3 anni e 8 anni e 10 mesi di reclusione, il primo per concorso esterno in associazione mafiosa, autoriciclaggio, trasferimento fraudolento di valori ed estorsione; gli altri due per autoriciclaggio e trasferimento fraudolento di valori.
Tra gli episodi emblematici emersi durante le indagini sui lavori di ammodernamento dell’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria, spicca un summit interprovinciale di ‘ndrangheta organizzato proprio all’interno del cantiere degli stessi imprenditori.

L’impero finanziario
Gli approfondimenti svolti dagli investigatori del Gico del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria hanno fatto luce su un patrimonio enorme.
Oltre ai beni intestati ai familiari, è stata svelata la reale disponibilità di società e consorzi schermati da prestanome, del tutto sproporzionati rispetto ai redditi dichiarati.
La confisca ha colpito terreni e immobili a Catanzaro e in provincia e a Cirò Marina, quote societarie con sedi anche a Firenze, un impianto di calcestruzzo, automezzi e conti bancari.































