Lo scenario che emerge dall’ultima operazione della Dda di Catanzaro, la Libeccio, conferma un allarme che l’Spp, il Sindacato di Polizia penitenziaria lancia ormai da quattro anni. Secondo quanto accertato dai magistrati, le mafie continuano a comandare comodamente dalle celle, gestendo estorsioni e traffici illeciti attraverso i social network e piattaforme digitali. Si tratta di un sistema di istruzioni operative trasmesse a distanza che, come sottolinea il segretario generale della Sigla, Aldo Di Giacomo, vanifica anni di lotta alla criminalità organizzata. Questa operazione calabrese è solo una delle dodici avviate in pochi mesi nelle carceri italiane, segno di un’emergenza ormai diffusa su tutto il territorio nazionale.
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Il sacrificio degli inquirenti
L’analisi di Di Giacomo è spietata: la lotta alla mafia sta facendo passi indietro di almeno trent’anni, mettendo a rischio il sacrificio di magistrati e forze dell’ordine.
Se non si riesce a interrompere la catena del comando mafioso all’interno degli istituti, diventa impossibile contrastarlo all’esterno.
Per l’Spp le conseguenze sarebbero già visibili: nell’ultimo anno si è registrato un brusco ridimensionamento del numero di collaboratori di giustizia e delle denunce da parte delle vittime.
Un clima che genererebbe una pericolosa impennata di sfiducia nei confronti della risposta dello Stato, poiché i boss riescono ancora a far sentire la propria influenza nonostante la detenzione.
La questione nazionale
Il sindacato punta il dito contro il Ministero della Giustizia, accusando il sottosegretario Del Mastro di nascondere l’evidenza. “Non ci può certamente bastare il riconoscimento di essere stati tra i primi a prevedere tutto questo”, afferma Di Giacomo, sottolineando come la questione sia diventata un problema di sicurezza nazionale.
Per questo motivo, il sindacato ha deciso di rivolgersi direttamente al Ministero dell’Interno e alle Prefetture per richiedere un piano straordinario di interventi.
La proposta prevede una cabina di regia che coinvolga tutte le forze dell’ordine, con la Polizia penitenziaria come punto di riferimento essenziale.

Le risorse e le priorità
Il nodo centrale resta quello dei finanziamenti. Di Giacomo contesta l’alibi della mancanza di fondi, suggerendo che le risorse esistenti siano spesso mal gestite.
Viene citato l’esempio dei 60 milioni di euro destinati a una nuova scuola di polizia a Biella, ritenuta dalla sigla come del tutto inutile rispetto alle necessità urgenti dei reparti operativi.
Per il segretario, la priorità assoluta deve essere quella di impedire ai detenuti, specialmente quelli in regime di 41 bis, di nuocere ancora.
“Solo un piano d’urto coordinato potrà restituire credibilità alle istituzioni e garantire la sicurezza dei cittadini e degli operatori”, conclude Di Giacomo.




























