Mettendo a sistema quanto già scoperto con le operazioni Blizzard-Folgore e Black Flower, che hanno già colpito presunti appartenenti alle cosche della ‘ndrangheta isolitana, la Dda di Catanzaro ritiene di aver oggi fatto luce su altre dinamiche criminali della cosiddetta Locale di Isola di Capo Rizzuto, e in particolare dei noti clan Arena, Manfredi e Nicoscia.

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I virus informatici
Le indagini, sfociate oggi nell’operazione Libeccio, che ha portato a 19 arresti (QUI I NOMI) ed altrettante perquisizioni, sono partite nel gennaio del 2024 e sono proseguite fino al luglio scorso.
Gli investigatori oltre ai consueti pedinamenti, osservazioni ed intercettazioni, hanno usato tutti i mezzi più all’avanguardia come dei captatori virus informatici, e abbinandoli con quanto appurato con le dichiarazioni rese da ben undici collaboratori di giustizia, sono arrivati a determinare la spiccata resilienza e la capacità di ricompattarsi delle cosche dopo i duri colpi, subiti, appunto, nel 2025 e all’inizio di quest’anno, che purtroppo non paiono aver minato la loro operatività.
L’inchiesta odierna smaschererebbe anche i loro attuali organigrammi, dove sono risultati inseriti tanto “veterani” che diverse “nuove leve”, e che si sarebbero avvalsi, anche, dei familiari o dei conviventi degli altri soggetti, già detenuti, essendo stati coinvolti in precedenti operazioni.

Il giro d’estorsioni
La Dda ipotizza inoltre di aver raccolto indizi a loro carico quanto a cinque estorsioni mafiose: ad un notissimo Circo itinerante, l’Orfei, che fu ad Isola per una decina di giorni, nel giugno del 2024); ad un panificio e un supermercato affiliato a una catena internazionale; ad un’impresa edile del posto; ad un’azienda del Messinese che noleggiava mezzi a freddo a una società salernitana, attiva nell’isolitano nella progettazione e realizzazione degli impianti elettrici, ed alla quale furono danneggiati diversi veicoli, con un danno, che si stima intorno al mezzo milione di euro.

La bacinella comune
È stata infine appurata l’esistenza di una cosiddetta “bacinella”, alla quale attingere per sostenere economicamente le famiglie dei detenuti e pagarne le spese legali.
La cassa era alimentata da una fiorente attività di spaccio di droga nell’intera provincia crotonese, soprattutto d’estate e durante le feste natalizie e pasquali.
L’approvvigionamento, per lo più di hashish ed eroina, avveniva tramite canali napoletani, reggini e albanesi, questi ultimi attestati nella periferia milanese e documentati con il sequestro di oltre un chilo di eroina effettuato dai Carabinieri di Scandicci, l’8 ottobre del 2024, su richiesta degli investigatori calabresi.






























