Si è concluso con la condanna di tutte le imputate il processo “La Signora”, nato da un’inchiesta dei Nas su presunti maltrattamenti e abbandono di persone non autosufficienti all’interno della casa di riposo abusiva “Casa del Sole”, situata in via Bruno Buozzi, nel centro di Reggio Calabria.
La decisione dei giudici
La Corte d’Assise ha accolto le richieste della Procura, riconoscendo la colpevolezza delle due titolari della struttura, Giovanna Scarfò e Cecilia Prestipino, e della dipendente Margherita Battaglia.
Le pene inflitte sono severe: 14 anni e 6 mesi per Scarfò, 13 anni e 6 mesi per Prestipino e 12 anni e 6 mesi per Battaglia. Per tutte è stata confermata l’aggravante di aver cagionato la morte di un ospite, un uomo affetto da una malattia neurodegenerativa deceduto in ospedale dopo un periodo di degenza nella casa di riposo.
La denuncia e gli arresti
L’indagine, avviata nel 2021 e sfociata in diversi arresti nel giugno 2022, era partita dalla denuncia di una donna il cui marito, ricoverato nella struttura, era morto in seguito a presunti maltrattamenti.
Le intercettazioni telefoniche, le cartelle cliniche sequestrate e le ispezioni igienico-sanitarie avevano rivelato un quadro definito dagli inquirenti come agghiacciante: abbandono, malnutrizione e somministrazione di psicofarmaci per “gestire” i 15 ospiti, tutti affetti da gravi patologie e non autosufficienti.
Secondo l’accusa, gli ospiti sarebbero stati nutriti con cibo scaduto e mal conservato, in quantità insufficienti, fino a provocarne il deperimento fisico.
Alcuni pazienti, inoltre, sarebbero stati sedati con psicofarmaci per renderli più “docili”. Nell’ordinanza di arresto, i magistrati avevano parlato di “straordinaria crudeltà“ nei confronti delle vittime.
Le reazioni e il contesto
Il processo avrebbe quindi portato alla luce una realtà drammatica, quella delle case di riposo abusive, dove la vulnerabilità degli ospiti potrebbe divenire terreno fertile per abusi e negligenze.
Le condanne, tra le più pesanti per questo tipo di reati, segnalano una volontà di severità esemplare nei confronti di chi è ritenuto aver sfruttato la fragilità altrui.
Le difese delle imputate hanno sempre sostenuto l’assenza di dolo, ma le prove raccolte – tra cui intercettazioni, testimonianze e documenti clinici – hanno convinto i giudici del contrario. Ora, le condannate potranno presentare ricorso in Appello.




























