Sanità di prossimità: “Sistema Italia” in ritardo sull’Europa. Sud “insoddisfatto”

in Saluteprovincia di Calabria
00:00 00:00

“Una rete senza filtro che trasforma gli ospedali in imbuti. Nei principali sistemi europei, una sanità territoriale strutturata consente di ridurre del 25-30% gli accessi impropri al pronto soccorso, di tagliare del 15-20% le riammissioni entro 30 giorni e di contenere i costi fino al 20%. In Italia, al contrario, questo filtro non esiste: siamo palesemente indietro, con ricadute dirette sulla qualità delle cure e sulla gestione delle cronicità. La carenza di infermieri è solo la punta di un enorme iceberg”.

La sanità di prossimità nel nostro Paese resta indietro rispetto ai principali modelli europei.  A fronte di un fabbisogno ormai cronico di 175mila infermieri rispetto agli standard del Vecchio Continente, e di più di 20mila infermieri di famiglia indicati da Agenas, il nodo non è solo quantitativo ma strutturale. “È il nostro modello organizzativo che non riesce a decollare” sostiene Antonio De Palma, Presidente Nazionale del Nursing Up, il sindacato degli infermieri italiani che ha analizzato il problema arrivando alla conclusione, in sintesi, che mentre l’Europa “ha costruito una sanità territoriale che filtra, accompagna e previene” l’Italia continuerebbe invece “a inseguire l’emergenza”

Il Gatekeeping e la pressione sui Po

Nei sistemi d’oltralpe, più avanzati, come ad esempio quelli di Danimarca, Paesi Bassi e Norvegia, il primo accesso non è il pronto soccorso ma una rete di cure primarie attiva anche fuori dall’orario tradizionale (Primary Care Out-of-Hours e gatekeeping strutturato). In questi modelli tra il 70% e l’80% dei casi a bassa complessità viene gestito sul territorio con triage, medicazioni e follow-up immediato.

Il risultato è una riduzione degli accessi impropri al pronto soccorso del 25-30% (OCSE-Health at a Glance). In Italia, invece, il PS resta la principale porta d’ingresso anche per prestazioni di base.

I codici minori continuano infatti a riversarsi sull’emergenza-urgenza, con effetti diretti devastanti su sovraccarico lavoro infermieri, tempi di attesa e gestione dei casi critici. È lo stesso schema che si ripete anche nel passaggio ospedale-territorio.

Il nodo della “Transitional Care”

Come spiega ancora De Palma, nei modelli europei la dimissione è un processo strutturato: viene pianificata almeno 48 ore prima ed è accompagnata da una presa in carico immediata sul territorio. Le strutture intermedie non sono “mini ospedali” ma nodi di stabilizzazione e riabilitazione inseriti in un percorso continuo.

La letteratura internazionale evidenzia che questo approccio riduce le riammissioni entro 30 giorni del 15-20% (OCSE; studi internazionali su integrated care).

In Italia il passaggio resta spesso discontinuo: il paziente dimesso non trova una presa in carico immediata e il rischio è un cortocircuito assistenziale che incide sull’efficienza complessiva del sistema, come evidenziato anche dai monitoraggi Agenas sulla rete territoriale. Lo squilibrio diventa ancora più evidente nella gestione della cronicità.

La cronicità e il ritardo italiano

Secondo Nursing Up, dunque, il ritardo italiano emergerebbe con ancora maggiore evidenza nella gestione delle patologie croniche. In Danimarca e Paesi Bassi in particolare, il modello è proattivo.

Il paziente viene cioè monitorato a domicilio e seguito nel tempo, intercettando le riacutizzazioni prima che diventino emergenze. Questo consente una riduzione dei costi fino al 20% grazie alla prevenzione dei ricoveri evitabili.

In Italia il sistema resta prevalentemente reattivo. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità oltre il 57% degli over 65 presenta almeno una patologia cronica, mentre le malattie croniche rappresentano oltre il 70% del carico di malattia nei Paesi sviluppati (OMS).

“Il quadro demografico è tra i più complessi d’Europa: gli over 65 sono circa il 24,5% della popolazione (Eurostat), gli ultraottantenni superano i 4,5 milioni (Istat) e le proiezioni indicano che entro il 2030 la quota over 65 si avvicinerà al 30% (Commissione Europea – Ageing Report)” spiega De Palma.

A questo si aggiunge l’invecchiamento del personale sanitario, con una quota rilevante di infermieri sopra i 50 anni (OCSE – Health at a Glance). In questo contesto, il rapporto infermieri/medici – circa 1,5 contro una media europea di 2,5 – limiterebbe la possibilità di sviluppare una presa in carico continuativa.

Un paese a due velocità

“Il divario territoriale è strutturale: la mobilità sanitaria interregionale – chiosa ancora il numero uno di Nursing Up – ha superato i 5 miliardi di euro annui (Agenas; Fondazione Gimbe), con un flusso prevalente dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord. Oltre il 90% del saldo attivo si concentra in poche regioni del Nord”.

I dati raccontano che la rinuncia alle cure supera il 9% della popolazione (Istata) e i bisogni sanitari insoddisfatti risultano più elevati nel Sud (Eurostat).

Le analisi di Gimbe sullo stato di attuazione della Missione Salute del PNRR evidenziano criticità nella realizzazione della rete territoriale e una forte disomogeneità tra regioni, mentre i dati Agenas confermano ritardi nell’attivazione operativa dei servizi e nella piena integrazione tra ospedale e territorio, con il rischio concreto che l’infrastruttura venga realizzata senza un modello organizzativo in grado di farla funzionare.

L’inefficienza che genera deficit

“In questo quadro pesa un’impostazione ancora fortemente medico-centrica, che concentra attività e funzioni sui livelli più costosi dell’assistenza e riduce lo spazio operativo delle professioni dell’assistenza nei percorsi territoriali” sottolinea De Palma.

“Il risultato – aggiunge – è un sistema che utilizza risorse ad alta intensità e alto costo anche per bisogni a bassa complessità, generando un deficit organizzativo ed economico strutturale”.

I dati lo confermerebbero: con un rapporto infermieri/medici fermo tra 1,3 e 1,5, contro una media europea tra 2,2 e 2,7 (OCSE – Health at a Glance Europe 2024), l’Italia si colloca tra i sistemi meno efficienti nella distribuzione delle competenze.

Nei modelli europei più evoluti, questo equilibrio consente di ridurre ricoveri evitabili, complicanze e costi, con evidenze che indicano risparmi fino al 20% nei modelli assistenziali basati su una maggiore integrazione delle professioni infermieristiche (Health Policy -Maier & Aiken).

In Italia, al contrario, lo squilibrio si traduce in maggiore pressione sugli ospedali, più accessi impropri e un aumento dei costi legati alle inefficienze, con un impatto diretto sulla sostenibilità complessiva del sistema.

Dall’emergenza alla presa in carico

“Continuare a leggere la crisi solo come carenza di personale – sostiene inoltre De Palma – è riduttivo. Il punto è che il nostro modello territoriale non è stato progettato per funzionare in modo integrato. Senza una rete capace di filtrare, accompagnare e prevenire, continueremo ad avere ospedali sotto pressione e territori fragili”.

Il confronto europeo dimostra che dove esiste una rete territoriale strutturata si riducono gli accessi impropri, si abbassano le riammissioni e si contengono i costi.

L’Italia ha oggi risorse e strumenti – anche attraverso il Pnrr – per colmare questo divario. La priorità è trasformare queste risorse in organizzazione reale: rafforzare il personale, attivare pienamente la rete territoriale e garantire continuità assistenziale.
Solo così la sanità di prossimità può diventare non il punto di maggiore fragilità del sistema, ma il suo primo vero presidio.

“Senza un cambio strutturale, il rischio è continuare a finanziare una sanità che rincorre l’emergenza invece di governarla”, conclude De Palma.

CN24TV
Panoramica privacy

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.