La Corte d’assise di Catanzaro ha concluso il processo per l’omicidio del 30enne Bruno Di Cello, ucciso dal padre Francesco (QUI), nella notte tra il 1 e il 2 maggio 2025 in località Marinella di Lamezia Terme. L’imputato è stato condannato a dodici anni di reclusione per aver ammazzato il figlio, oltre che a pene aggiuntive per possesso di arma clandestina e ricettazione.
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Dalla lite alla tragedia
La sera della tragedia, dopo una lite acceso tra i due nella casa di famiglia, l’uomo ha esploso un colpo di pistola uccidendo la vittima. Subito dopo l’accaduto, Francesco Di Cello si è arreso alla Polizia costituendosi come reo confesso.
La dinamica del delitto è stata ricostruita dagli atti processuali come l’epilogo di un rapporto familiare incrinato da anni di tensioni: pressioni economiche, continue richieste di denaro e comportamenti di riferito disagio psicologico avevano minato il clima domestico.
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La convivenza tormentata
Nella requisitoria, il pm Gualberto Buccarelli, ha descritto una storia di convivenza tormentata, nella quale Bruno, già destinatario di misure giudiziarie per precedenti reati – tra cui una condanna per estorsione – aveva alimentato un clima di conflittualità e instabilità.
La difesa, sostenuta dagli avvocati Renzo Andricciola e Pino Spinelli, ha invece puntato a ridurre la gravità del fatto, avanzando la tesi della provocazione e sottolineando lo stato di sofferenza psicologica dell’imputato.
Alla chiusura dei lavori della camera di consiglio la Corte ha riconosciuto a Francesco Di Cello le attenuanti della seminfermità mentale, ritenute prevalenti rispetto all’aggravante dell’omicidio di un familiare, e ha applicato anche le attenuanti generiche.
Il verdetto, che si colloca al primo grado di giudizio, lascia aperta la strada al ricorso in Appello.




























