In Calabria, i lavoratori Lsu/Lpu rappresentano la spina dorsale di oltre 360 comuni, costituendo circa il 90-95% della forza lavoro impiegata nei servizi essenziali. Nonostante decenni di attività, queste figure restano intrappolate in un limbo di precarietà, con contratti part-time da 18-20 ore settimanali e stipendi spesso inferiori agli 800 euro. Molti di loro si avvicinano ora alla pensione con la prospettiva di assegni minimi, a causa della mancanza di copertura contributiva per i primi anni di servizio, una condizione definita dal sindacato come lavoro nero legalizzato.
Iniziativa sindacale
L’Ugl Autonomie ha deciso di rilanciare con forza la vertenza, istituendo un dipartimento nazionale affidato a Gianvincenzo Benito Petrassi. In Calabria, l’impulso alla mobilitazione è guidato dai dirigenti sindacali Romolo Cozza, Giovanni Conforti, Oreste Valente, Giulio Pignataro e Gino Pettinato. L’organizzazione ha già avviato interlocuzioni a livello ministeriale e ha richiesto un incontro urgente con il Presidente della Regione Roberto Occhiuto e l’Assessore al Lavoro Giovanni Calabrese per affrontare le criticità più urgenti del comparto.
Pilastri della vertenza
Le rivendicazioni sindacali si articolano su tre punti fondamentali: l’aumento delle ore lavorative fino a 36 settimanali tramite il riutilizzo dei fondi derivanti dai pensionamenti, il riconoscimento dei contributi previdenziali per gli anni scoperti e lo sblocco della mobilità tra enti, attualmente limitata da vincoli burocratici. Dopo le festività pasquali, è previsto un grande incontro a Cosenza che coinvolgerà i lavoratori di tutte le province calabresi per definire le prossime tappe della battaglia per il riconoscimento della loro dignità professionale.




























