Il confronto relativo all’ipotesi di innalzare fino a 49 addetti la soglia dimensionale dell’impresa artigiana necessita di un’analisi incentrata sull’equità operativa e sulla certezza delle regole. A sottolinearlo è Fortunato Rizzo, presidente Piccola Industria di Unindustria Calabria, intervenendo nel dibattito politico nazionale. Secondo la visione espressa, il nucleo della questione risiede nelle conseguenze che l’estensione di un determinato regime contrattuale e contributivo comporta sul piano della concorrenza e della sostenibilità economica delle imprese.

La frammentazione del tessuto produttivo
Il tema assume una rilevanza specifica nel contesto calabrese, caratterizzato da una spiccata polverizzazione aziendale. Citando i dati dell’ultimo rapporto della Banca d’Italia, Fortunato Rizzo evidenzia come la dimensione media delle aziende regionali sia pari a 4,9 addetti, a fronte di una media di 6,2 nel Mezzogiorno e di 9,1 sul piano nazionale.
In Calabria, inoltre, il 55% degli occupati lavora in realtà con meno di 10 dipendenti. In questo scenario, i criteri adottati per definire i confini tra impresa industriale e artigiana incidono direttamente su una quota elevata di lavoratori e attività.
L’impatto economico e le posizioni sul mercato
Richiamando le valutazioni di Confindustria nazionale, la revisione dei parametri dimensionali potrebbe generare un impatto sulle casse pubbliche superiore a un miliardo di euro all’anno, coinvolgendo fino a 1,8 milioni di lavoratori nel cambio di contratto collettivo applicato.
Per la Piccola Industria di Unindustria Calabria, la costruzione della competitività aziendale deve basarsi su innovazione, produttività e investimenti reali, evitando sperequazioni nei costi operativi derivanti esclusivamente dal diverso inquadramento giuridico.




























