(Adnkronos) –
Dalla rivalutazione degli assegni all’aumento dei requisiti di età, il 2027 si preannuncia un anno di cambiamenti sul fronte delle pensioni. Ma il dossier è caldo, sta a cuore alle forze di maggioranza e con la manovra in arrivo – l’ultima del governo Meloni prima del prossimo appuntamento elettorale – non è escluso che possano spuntare fuori ulteriori novità.
A gennaio del prossimo anno è atteso il nuovo aumento delle pensioni per effetto della rivalutazione annuale legata all’inflazione, un meccanismo pensato per compensare l’aumento dei prezzi e proteggere il potere d’acquisto dei pensionati. La disciplina, dal 2011 ad oggi, è stata modificata molte volte e ad oggi il metodo ‘Prodi-Draghi’ prevede la divisione della pensione in tre scaglioni basate sul ‘trattamento minimo’ e ogni percentuale della rivalutazione si applica soltanto alla parte che rientra in quel determinato scaglione. Il ‘trattamento minimo’ del 2026 è pari a 611,85 euro al mese (7.954,05 euro annui).
Dunque, i tre scaglioni sono:
1) La quota di pensione che arriva fino a quattro volte il trattamento minimo Inps (cioè fino a 2.447,40 euro), per cui è prevista una rivalutazione del 100%;
2) La quota di pensione compresa tra quattro e cinque volte il trattamento minimo (da 2.447,41 a 3.059,25 euro), per cui è prevista una rivalutazione al 90%;
3) La quota di pensione che supera cinque volte il trattamento minimo (oltre 3.059, 25 euro), per cui è prevista una rivalutazione al 75%
Quindi, nell’ipotesi in cui il proprio assegno pensionistico ammonti a 2.300 euro, la rivalutazione automatica sarà al 100% per l’intero importo. Nel caso in cui invece l’assegno sia superiore al primo scaglione, sarà ‘sezionato’ in parti. Ad esempio, un assegno da 4 mila euro sarà diviso in questo modo: fino a 2.447 euro sarà rivalutato al 100%, dai 2.447 a 3.059 sarà rivalutato al 90%, la restante parte (circa 1000 euro) sarà rivalutata al 75%.
Per un calcolo esatto però serve appunto il dato sull’inflazione. Ancora non ci sono percentuali precise su cui stimare effettivamente la rivalutazione in concreto: questa, infatti, viene fissata con decreto interministeriale emanato dal Mef a novembre sulla base del dato sull’inflazione acquisita. Al momento quindi l’unica previsione, assolutamente provvisoria, è quella di agosto dell’Istat che dava l’inflazione acquisita per il 2026 – quella cioè che si avrebbe se l’indice restasse a questo livello anche nei prossimi mesi – al +2,9%.
Se immaginiamo un assegno pensionistico di 2.500 euro e un’inflazione del 2,9%, l’aumento complessivo ammonterebbe a circa 50 euro: la rivalutazione piena si applicherebbe fino a 2.447,40 euro, mentre sulla quota restante verrebbe riconosciuta la percentuale ridotta al 90% per un aumento complessivo di circa 72 euro. Sui primi 2.447 euro si applica il 2,9% (cioè il 100% della rivalutazione), che si traduce in circa 70 euro di aumento. Sui restanti 52 euro, che ‘sforano’ nel secondo scaglione, si applica il 2,6% (ossia il 90% del 2,9%), che si traduce in 1,37 euro di aumento, per un totale di, appunto, 72,35 euro lordi.
Tuttavia, per chi beneficia della pensione minima c’è un dato da tenere presente: la rivalutazione straordinaria introdotta dal 2023, che fino al 2026 ha valso un +1,3% aggiuntivo, il prossimo anno – salvo modifiche in legge di bilancio – non è prevista. Significa dunque che l’aumento dell’assegno minimo sarà minore: se sulla carta passa da 611,85 euro a circa 629,59 euro al mese, in pratica il balzo è minore perché attualmente, grazie proprio alla rivalutazione straordinaria, ammonta a 619,8 euro.
Intanto, sempre il 2027 è l’anno del primo scatto dei requisiti per l’età della pensione, legati alla speranza di vita nel nuovo triennio. Dal 1° gennaio l’età minima per la pensione di vecchiaia passa da 67 anni a 67 anni e 1 mese, mentre dal 2028 aumenterà ancora a 67 anni e 3 mesi. Stesso dicasi per la pensione di vecchiaia contributiva: con almeno 5 anni di contributi effettivi serviranno 71 anni e 1 mese nel 2027 e 71 anni e 3 mesi nel 2028. Per la pensione anticipata ordinaria serviranno 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne; per l’uscita anticipata nel regime contributivo, che vale per chi ha iniziato a versare solo dopo il 1996, serviranno 64 anni e 1 mese di età nel 2027, con almeno 20 anni di contributi.
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