Omicidio a Gallico. Fortugno fece da scudo a Lo Giudice, Morta per salvarlo

Reggio Calabria Cronaca

Nel corso delle indagini che hanno portato stamani all’alba all’operazione De Bello Gallico, con il fermo di quattro persone per vari reati (LEGGI) e in particolare per l’omicidio consumato a Reggio Calabria lo scorso 16 di marzo, gli investigatori della Squadra Mobile, con il supporto dei colleghi del Reparto Prevenzione Crimine “Calabria”, avrebbero dunque ricostruito tutta le fasi e identificato il presunto autore dell’assassinio della 48enne Fortunata Fortugno e del ferimento del 53enne Demetrio Lo Giudice (LEGGI).

Il provvedimento di oggi - partito su ordine della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica dello Stretto, diretta Giovanni Bombardieri - riassume i risultati di una complessa ed articolata attività indagine coordinata dai Sostituti della Dda Walter Ignazitto e Diego Capece Minutolo, e condotta dalla Mobile.

LA DINAMICA DELL’AGGUATO

Quanto alla dinamica dell’omicidio del marzo scorso, dai primi accertamenti si appurò che la coppia era seduta sul sedile posteriore del fuoristrada dell’uomo, in una zona isolata prossima al torrente Gallico, dell’omonimo quartiere reggino, quando arrivò, a velocità moderata, un’autovettura dalla quale scede un uomo che avrebbe poi esploso dai due ai quattro colpi di arma.

Sebbene ferito gravemente, il Logiudice riuscì lo stesso a mettere in moto l’autovettura e ad allontanarsi velocemente dal luogo dell’agguato mentre il killer gli sparava contro l’auto altri colpi. La corsa disperata verso l’ospedale non riuscì a salvare la vita alla donna che giunse al pronto soccorso già cadavere.

LE DICHIARAZIONI DI LO GIUDICE

L’uomo, sopravvissuto all’agguato ed unico testimone del delitto, venne ascoltato dagli inquirenti ma non da queste non si riuscì ad individuare l’esecutore dell’omicidio o i mandanti, né l’ambito criminale in cui esso potesse essere maturato.

Date però le modalità esecutive, tipicamente mafiose, e la personalità di Lo Giudice non si poteva che propendere verso una riconducibilità a contesti della criminalità organizzata. Prendeva così gradualmente e fondatamente piede l’ipotesi che il vero obiettivo del killer fosse proprio lui.

Neanche utili furono poi le informazioni assunte da altri soggetti che potenzialmente potevano essere in grado di riferire circostanze per ricostruire i fatti, in particolare quanto alla vita privata delle vittime.

Neppure i dati acquisiti dall’analisi dei tabulati telefonici dei cellulari delle vittime avevano fornito ettagli per fare chiarezza.

LA VITTIMA FECE DA SCUDO PER SALVARE L’AMANTE

Senza elementi tecnici o testimonianze, la Sezione Reati contro la Persona della Squadra Mobile, avviò un’imponente attività di acquisizione delle immagini riprese dalla settantina di impianti di video sorveglianza installati nei luoghi prossimi e meno prossimi a quello in cui era stato perpetrato il delitto.

Sono state poi attivate divere attività intercettazione ambientale locale e veicolare, disposte dalla Dda, che hanno portato a trovare altri elementi che utili a identificare Chindemi.

Nel corso di una conversazione ambientale captata in auto, ad esempio, gli indagati - fra i quali proprio quest’ultimo – si sarebbe fatto riferimento alla circostanza che la donna, durante l’agguato, si stesse voltando per guardare indietro quando fu colpita, e al fatto che la stessa fosse morta “per colpa dell’uomo con cui era in macchina”, al quale avrebbe fatto da scudo, salvandogli la vita.

In un’altra conversazione, Chindemi avrebbe proprio “confessato” di aver commesso un omicidio.

LE ALTRE ARMI E BASI LOGISTICHE

Oltre alla detenzione e porto illegale in luogo pubblico delle armi sequestrate, sono stati contestati, a vario titolo, gli stessi delitti anche in relazione ad altre pistole e fucili ai quali gli indagati avrebbero fatto riferimento durante le intercettazioni ambientali, o che sarebbero stati ripresi dalle telecamere puntate dai poliziotti su alcuni siti usati come basi logistiche della consorteria.

LE INTIMIDAZIONI E L’ASSOGGETTAMENTO DELLA COMUNITÀ

Il sodalizio criminale – spiegano gli investigatori - esercita sul territorio di Gallico una concreta capacità di intimidazione riscontrabile dagli atti intimidatori posti in essere dagli associati Paolo Chindemi, Mario Chindemi, Ettore Corrado Bilardi e Santo Pellegrino, nella prospettiva di creare assoggettamento nelle vittime e nell’intera comunità sociale, facendo costante ricorso all’uso delle armi illegalmente detenute (alcune sequestrate nel corso delle indagini) e ad atti intimidatori anche cruenti, per accrescere il prestigio criminale dell'associazione che tende ad accreditarsi come temibile ed effettivo centro di potere criminale da cui promana una diffusa intimidazione, che vuole mantenersi inalterata dopo l’uccisione di Pasquale Chindemi, padre di Paolo”.

INTERCETTAZIONE ESCLUDE PISTA PASSIONALE

Ha escluso la pista passionale Paolo Chindemi, l'uomo sottoposto a fermo di indiziato di delitto per il fatto di sangue, nell'ambito dell'operazione De Bello Gallico. L’uomo si sarebbe infatti lasciato sfuggire diversi particolari, come quello relativo al fatto che se non ci fosse stata lei lo avrebbero "pezziato", fatto a pezzi.

Lo ha reso noto il capo della Squadra mobile, il primo dirigente Francesco Rattà, nel corso della conferenza stampa tenuta stamani in Questura alla presenza del questore Raffaele Grassi e del procuratore capo della Direzione distrettuale antimafia, Giovanni Bombardieri.

Inizialmente gli investigatori non avevano escluso la pista passionale, ma poi le parole di Chindemi, unitamente ad altre risultanze che sono adesso al vaglio del gip che dovrà convalidare i fermi, hanno reso chiaro agli inquirenti che il vero bersaglio era Logiudice.

I REATI CONTESTATI

In conclusione: a Paolo Chindemi viene contestato l’omicidio e il tentato omicidio pluriaggravato anche dalle modalità mafiose (relativamente alla Fortugno e a Logiudice), e di detenzione e porto della pistola utilizzata per commetterlo;

Paolo, insieme a Mario Chindemi, Santo Pellegrino, Ettore Corrado Bilardi, sono accusati di associazione mafiosa; detenzione e di armi (pistole, revolver e fucili, clandestini e comuni da sparo) aggravati dalla modalità mafiose; detenzione illegale di segni distintivi e oggetti in uso ai Corpi di Polizia (quattro casacche della Dia e un giubbotto antiproiettile) aggravati dalle modalità mafiose; furto di motocicli aggravato anche dalle modalità mafiose.

I femati sono stati per portati nella Casa Circondariale di Reggio Calabria.

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