Carcere Cosenza, Garante: detenuti in condizioni degradanti e casi d’autolesionismo

in Infrastruttureprovincia di Cosenza
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Dal 5 al 20 marzo scorsi, la Casa Circondariale Sergio Cosmai di Cosenza è stata oggetto di una serie di visite ispettive che hanno portato alla luce una realtà definita drammatica. Il Garante dei detenuti, Emilia Corea, varcando la soglia della struttura, ha descritto l’esperienza come un’immersione in un’umanità sospesa, dove l’aria manca e la speranza si consuma progressivamente. Tra le sezioni di Media Sicurezza e l’area Ex Femminile, è stato raccolto un grido silenzioso ma potente da parte dei detenuti, i quali ripetono con insistenza: “Abbiamo sbagliato, ma siamo esseri umani e non spazzatura. Vogliamo scontare la nostra pena in maniera dignitosa”.

L’emergenza infrastrutturale

L’ambiente carcerario del Cosmai mostra criticità strutturali definite insostenibili. Le celle sono state descritte come veri e propri tetris umani, con 5 o 6 brandine accatastate l’una sull’altra.

Una disposizione che costringe i detenuti a una verticalità pericolosa, dove salire o scendere dal proprio giaciglio a due metri di altezza diventa un esercizio di equilibrismo con il rischio costante di gravi infortuni fisici.

Un luogo che, per dettato costituzionale, dovrebbe proteggere l’integrità della persona, finisce per minacciarla quotidianamente.

L’asfissia e l’isolamento

L’immagine più violenta del degrado è rappresentata dalle finestre schermate da lastre di plexiglass. Con l’estate cosentina che incombe, queste membrane di plastica bloccano il ricambio d’aria e riflettono il calore, trasformando le celle in cappe asfissianti.

Il dispositivo, secondo il garante, nega la luce naturale e calpesta gli standard di salubrità imposti dalla Costituzione e dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

In questo scenario di privazione, il supporto psichiatrico appare ridotto a una somministrazione massiccia di sedativi, con l’80% dei detenuti farmacologicamente contenuti.

Il disagio e l’autolesionismo

Quando le parole non bastano più, il corpo diventa l’ultimo terreno di protesta. Il Garante ha raccolto testimonianze di un’emergenza quotidiana fatta di autolesionismo, un linguaggio disperato che nasce dal sovraffollamento e dall’inattività forzata.

La convivenza di detenuti comuni con persone affette da gravi patologie psichiatriche, spesso abbandonate a sé stesse, alimenta un rischio suicidario che aleggia come un’ombra costante su ogni sezione. Il carcere di Cosenza diventerebbe così l’emblema di un fallimento sistemico che investe l’intero sistema penitenziario italiano.

La disuguaglianza sociale

Secondo Corea, quindi, il carcere sembra riflettere e amplificare le fratture sociali esterne. Nella maggior parte dei casi, a varcare la soglia della detenzione sono le persone più fragili dal punto di vista economico e sociale, coloro che non dispongono di risorse o reti di tutela.

Una categoria particolarmente colpita è quella dei migranti, definiti invisibili tra gli invisibili. Molti di loro restano dietro le sbarre anche per reati non gravi solo perché privi di una residenza ufficiale.

Senza un domicilio, il diritto alle misure alternative come gli arresti domiciliari resta carta straccia, configurando una discriminazione censuaria intollerabile.

L’appello alle istituzioni

Davanti a questa crisi, è stato rivolto un appello con forza al sindaco di Cosenza affinché si compia un atto di civiltà. La richiesta riguarda il reperimento di alloggi, utilizzando immobili pubblici o beni confiscati, per fornire un domicilio ai migranti e permettere loro di trasformare la detenzione in un percorso di reinserimento.

Il garante sottolinea come la sicurezza di una società non si costruisca ammassando corpi in celle fatiscenti, ma garantendo che la pena non sia l’ultimo capitolo di una vita umana.

“Le mura del Cosmai non devono più essere testimoni di gesti estremi, ma di un rinnovato impegno per la dignità e il futuro di ogni individuo”, conclude Corea.

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