Le tende di San Ferdinando tornano a scuotere le coscienze mentre un nuovo provvedimento normativo ne definisce la fine. Con la pubblicazione del decreto 238 del 23 marzo scorso, emanato nel solco del cosiddetto Decreto Caivano, il Governo ha infatti annunciato lo smantellamento dell’insediamento informale nella Piana di Gioia Tauro. L’obiettivo è la tutela della pubblica incolumità, ma per chi opera sul campo da anni, come Emergency, il rischio è che si tratti soltanto di uno spostamento del disagio invece di una soluzione reale.

Le incognite sul futuro
Le modalità e i tempi di questa operazione, secondo l’organizzazione, restano avvolti nell’incertezza. Il piano prevede il trasferimento dei braccianti agricoli verso il borgo sociale di Contrada Russo, una zona sotto la giurisdizione del Comune di Taurianova.
Tuttavia, l’assenza di garanzie concrete preoccupa gli operatori umanitari. Per Emergency, che è presente sul territorio calabrese fin dal 2011, le condizioni di vita dei migranti non sono il risultato di una calamità improvvisa, ma la conseguenza diretta di politiche di accoglienza e inclusione che sono risultate sistematicamente fallimentari nel tempo.
L’illusione dei container
Spostare centinaia di persone in un insediamento fatto di moduli container non appare quindi come una risposta dignitosa. Il borgo di Contrada Russo risulta infatti già in gran parte occupato e sovraffollato. Si tratta di luoghi isolati, drammaticamente distanti dai servizi essenziali e dai presidi sanitari necessari per una vita civile.
“Sgomberi senza soluzioni abitative dignitose e percorsi di integrazione producono solo nuove forme di marginalità e ghettizzazione”, denunciano gli esperti dell’organizzazione, sottolineando come la concentrazione forzata in aree periferiche alimenti tensioni e divisioni sociali piuttosto che sicurezza.

Verso un abitare diffuso
La via d’uscita proposta da chi conosce le piaghe dello sfruttamento agricolo è un cambio radicale di prospettiva. Per Emergency, garantire il diritto all’abitare significa accompagnare le persone in percorsi di inclusione che coinvolgano le comunità locali, puntando su un modello di abitare diffuso.
Questo approccio eviterebbe la creazione di nuovi ghetti invisibili e darebbe dignità a lavoratori che troppo spesso sono vittime di caporalato.
L’organizzazione si è unita alle altre realtà del Patto Territoriale per chiedere un confronto urgente con la Prefettura e l’Unione Europea, sperando che la giustizia sociale torni finalmente al centro del dibattito politico.




























