È stato il coraggio di due imprenditori locali che, nel maggio dell’anno scorso, hanno deciso di non abbassare la testa e denunciare i soprusi subiti, a far scattare un’indagine serrata della Dda di Catanzaro, chiamata in codice “Pay up”, sfociata stamani con la traduzione in carcere di tre persone arrestate nel capoluogo di regione ed a Borgia e Gimigliano, accusati di tentata estorsione aggravata dalle finalità mafiose.

Le investigazioni nell’ombra
Il lavoro dei Carabinieri è stato metodico e incessante: per mesi gli uomini del Nucleo investigativo hanno scavato nelle dinamiche criminali della provincia attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali.
Non si sono limitati all’ascolto, ma hanno analizzato ore di filmati provenienti dai sistemi di videosorveglianza e condotto ripetuti servizi di osservazione e di pedinamento.
Un mosaico di prove raccolte che avrebbe permesso di ricostruire la pressione asfissiante esercitata sulla vittima, svelando come la criminalità organizzata cercasse di imporre il proprio controllo economico sul tessuto produttivo locale nonostante i precedenti colpi subiti dalle forze dell’ordine.

Il legame dei Catarisano
Le indagini hanno così fatto luce sull’attuale operatività della storica cosca Catarisano, attiva proprio nel territorio di Borgia. Il clan, secondo gli inquirenti, agirebbe sotto l’influenza delle locali di ‘ndrangheta di Isola Capo Rizzuto e San Leonardo di Cutro, mantenendo saldi collegamenti con altre fazioni calabresi.
Questa costola criminale era già stata duramente colpita il 22 febbraio del 2024 con l’operazione Scolacium, che aveva portato all’arresto dei reggenti, poi condannati in primo grado il primo dicembre del 2025 dal Gup di Catanzaro, in sede di giudizio abbreviato.
Droga, armi e persino furti su commissione: sgominate cosche che imperversavano nel catanzarese
Il fondi per i detenuti
L’inchiesta i oggi ha quindi permesso di cristallizzare tre specifici episodi di tentata estorsione. L’obiettivo degli indagati sarebbe stato chiaro e spietato: recuperare fondi per il sostentamento degli affiliati detenuti.
Il denaro richiesto agli imprenditori avrebbe dovuto servire a mantenere i membri dei clan Catarisano e Scalise di Decollatura ristretti in carcere.
Si tratta di una pratica tipica delle organizzazioni mafiose che, per garantire la fedeltà degli associati dietro le sbarre, continuano a vessare l’economia legale.
La risposta dello Stato ha confermato che la vigilanza sul territorio resta altissima per recidere ogni tentativo di riorganizzazione dei clan.






























