Ferdinando Scianna al Tropea Festiva Leggere&Scrivere

in Attualitàprovincia di Vibo Valentia
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«Il destino della relazione tra la fotografia e la realtà è una cosa che mi preoccupa, ma sempre in relazione ai miei anni. Tra poco, non me ne fregherà più niente”. E’ un Ferdinando Scianna ironico, pungente, a tratti volutamente provocatorio quello intervenuto, ieri, alla quarta giornata del Tropea Festival Leggere&Scrivere per presentare “Obiettivo ambiguo”, la sua raccolta di testi scritti per riviste e quotidiani in oltre vent’anni di riflessione intorno alla fotografia e ai suoi protagonisti, che dopo quindici anni torna in libreria. Lo sguardo di Scianna, lucido e insieme partecipe, fa di questo libro uno strumento per conoscere e utilizzare sempre meglio il linguaggio fotografico e la sua sintassi e, nello stesso tempo, offre al lettore una galleria di personaggi memorabili – da Cartier-Bresson ad Avedon, da Giacomelli a Diane Arbus e Sebastiao Salgado -, restituiti in tutta la loro affascinante umanità.

E dallo storico Palazzo Gagliardi di Vibo Valentia, sede della quinta edizione del TF Leggere&Scrivere, il fotografo siciliano, “epigono culturale di Bresson” – come lui stesso si definisce – e primo italiano ad entrare nella prestigiosa agenzia fotografica internazionale Magnum, di fronte ad un pubblico attento e partecipe, racconta un po’ di se stesso, dei suoi esordi “antropologici” con gli scatti sulle Feste Religiose in Sicilia, interrogandosi anche sull’evoluzione della fotografia, e “della dicotomia tra immagine e realtà che è sfumata nella percezione attuale”. Un cambiamento, quello in atto, dovuto soprattutto all’era digitale in corso, che però passa attraverso il riconoscimento della fotografia, tale perché sa “raccontare, commuovere e soddisfare l’esigenza estetica”.

“Una bella foto – ha spiegato Scianna – deve funzionare, e per farlo deve implicare un racconto, un punto di vista e l’intenzione di chi la scatta. Oggi la fotografia sta cambiando: non voglio dire bene o male, ma sta cambiando. E forse come pochi altri linguaggi, tipo quello verbale, cambia rapidamente anche quello visivo. Certo è che un tempo la fotografia era un ponte tra noi e la realtà. Oggi questo ponte è diventato un muro: l’immagine è al di sopra della realtà. Lo scopo non sembra essere più quello di salvare il senso e la memoria. E sono convinto che lo storico del futuro avrà molte difficoltà a ricostruire, attraverso le fotografie, la memoria. Oggi, la fotografia collettiva è esistenziale ma non finalizzata. Le immagini sostituiscono la realtà. Basta vedere il grande gesto compulsivo di scattare foto di ogni tipo, soprattutto i selfie, per comprendere come si sta distruggendo il senso delle fotografie. Come dire, oggi la fotografia è diventata la colonna visiva della nostra esistenza”.

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