Inquinamento aria: l’Italia in “affanno”, ma in Calabria si respira bene. Per ora

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L’aria nelle città italiane torna a farsi leggermente più respirabile, ma il traguardo di una mobilità e di un ambiente davvero sani resta ancora un miraggio lontano. Il nuovo rapporto Mal’Aria di Città 2026, curato da Legambiente, scatta una fotografia a tinte chiaro scure: se da un lato il 2025 ha fatto registrare un calo netto dei capoluoghi “fuorilegge” per il Pm10, scesi a 13 rispetto ai 25 dell’anno precedente, dall’altro l’Italia si scopre impreparata di fronte alle sfide del futuro prossimo.

Bilancio positivo ma fragile

La riduzione dello smog, infatti, sembra essere più il frutto di condizioni meteo favorevoli che di riforme strutturali profonde. Nel 2025 solo 13 città hanno superato il tetto dei 35 giorni annui con concentrazioni di Pm10 superiori a 50 microgrammi per metro cubo.

La maglia nera spetta a Palermo, con ben 89 sforamenti, seguita da Milano a quota 66 e Napoli a 64. Anche Ragusa, Frosinone e diversi centri della pianura padana come Lodi, Monza e Cremona restano sorvegliati speciali.

E così, nonostante il miglioramento numerico rispetto al 2024 e al 2023, la Commissione Europea ha già avviato a gennaio scorso una nuova procedura d’infrazione contro il nostro Paese per il mancato aggiornamento del programma nazionale di controllo dell’inquinamento, segnale che la strada è ancora in salita.

L’Obiettivo duemilatrenta

Il vero scoglio è rappresentato dai nuovi limiti europei che entreranno in vigore il 1 gennaio 2030. Se applicassimo oggi quei parametri, ben il 53% delle città italiane risulterebbe fuori norma per il Pm10, il 73% per il Pm2.5 e il 38% per il biossido di azoto.

Città come Monza e Cremona dovrebbero tagliare le proprie emissioni di oltre il 50% per rientrare nei ranghi. Secondo Giorgio Zampetti, direttore di Legambiente, è irragionevole tagliare i fondi proprio ora: “Lasciare soli i territori più complicati del Paese è una scelta miope che espone l’Italia a nuove sanzioni”.

Il focus sulla Calabria

In Calabria, però, la situazione appare decisamente più incoraggiante rispetto al resto della Penisola. I dati ufficiali Arpacal, tornati finalmente disponibili dopo un lungo blocco che durava dal 2022, confermano che i capoluoghi calabresi rispettano attualmente i limiti di legge per le polveri sottili e il biossido di azoto.

Anna Parretta, presidente regionale di Legambiente, sottolinea con soddisfazione che nella nostra regione non si presentano criticità importanti, garantendo una qualità dell’aria che tutela il benessere dei cittadini.

Tuttavia, anche per la Calabria la guardia deve restare alta: con la nuova Direttiva 2024/2881, alcune città calabresi potrebbero trovarsi a dover ridurre ulteriormente le concentrazioni di Pm10 per non sforare i parametri più severi previsti per il 2030.

Le strategie per il futuro

Per evitare che il miglioramento resti un episodio isolato, l’associazione ambientalista propone quindi interventi su sei pilastri. Si va dal potenziamento del trasporto pubblico alla creazione di zone a basse emissioni anche per il riscaldamento domestico, fino a una stretta sulle emissioni industriali e agricole.

Andrea Minutolo, responsabile scientifico, ricorda che nel 2023 le vittime del Pm2.5 in Italia sono state 43mila: un numero drammatico che impone un cambio di passo immediato per trasformare le nostre città in luoghi dove respirare non sia più un rischio per la salute.

Le proposte Legambiente

Per invertire la rotta e raggiungere gli obiettivi europei del 2030, Legambiente chiede interventi strutturali su sei ambiti prioritari:

  • Mobilità sostenibile: Accelerare gli investimenti nel trasporto pubblico locale e regionale, estendere le zone a traffico limitato e a basse emissioni, espandere le reti ciclo-pedonali e diffondere la “Città 30” per aumentare la sicurezza stradale e ridurre le emissioni.
  • Riscaldamento ed edifici: Istituire Low Emission Zone specifiche per il riscaldamento, superare progressivamente l’uso della biomassa nei territori più critici, vietare caldaie inquinanti nelle aree più esposte e avviare programmi di riqualificazione energetica degli edifici.
  • Riduzione Emissioni Industriali: Servono dei piani di bonifica per i siti inquinati e restrizioni severe per gli impianti industriali in aree urbane, con diniego di autorizzazioni per l’upgrading di impianti obsoleti.
  • Agricoltura e allevamenti: Ridurre l’intensità di allevamento nelle aree in cui il numero di capi è eccessivo, come la Pianura Padana, rafforzare le buone pratiche agricole sullo spandimento dei liquami, incentivare gli investimenti per l’abbattimento delle emissioni di ammoniaca e vietare le combustioni agricole all’aperto.
  • Risorse e coordinamento: Ripristinare immediatamente i fondi previsti dal decreto MASE del luglio 2024, garantire risorse certe e continuative, considerare la qualità dell’aria come una priorità nazionale non più rinviabile e assicurare un coordinamento efficace tra Stato, Regioni e Comuni.
  • Monitoraggio: Aggiornare la rete territoriale delle centraline di monitoraggio per coprire anche aree oggi sguarnite e attivare un sistema sensoristico per inquinanti come metano e ammoniaca, che esalano dagli allevamenti e fungono da precursori nella formazione di polveri sottili e ozono.
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