La Calabria difende i medici cubani: anche contro Trump

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Il sistema sanitario della Calabria respinge il tentativo di blocco americano e continua a impiegare il personale sanitario proveniente da Cuba per mantenere attivi i propri ospedali. La complessa vicenda, riportata in un’ampia inchiesta firmata da The Associated Press, e ripresa dall’importante quotidiano statunitense Washington Post, fotografa una realtà territoriale difficile in cui oltre 200 professionisti caraibici operano nelle strutture più isolate. Prima del loro arrivo, la carenza di organico nostrano rischiava di provocare la chiusura di interi reparti d’urgenza. “Era un disastro. Tenevo aperto il pronto soccorso da solo”, racconta al giornale americano Francesco Moschella, primario all’ospedale di Polistena, ricordando la situazione drammatica vissuta prima del mese di gennaio 2023.

Il duro scontro diplomatico

L’accordo siglato dalla regione ha scatenato la reazione delle autorità degli Stati Uniti, storicamente contrarie a questi programmi. Il segretario di stato americano Marco Rubio ha persino definito le missioni una “forma di traffico di esseri umani”.

Le pressioni di Washington hanno spinto nazioni come la Giamaica e l’Honduras a interrompere i patti di cooperazione con l’isola caraibica.

Di parere opposto si è mostrato il presidente del Messico Claudia Sheinbaum, che difende l’operato dei medici. Dal canto suo, il Dipartimento di Stato americano ha confermato alla testata giornalistica di condividere informazioni con i paesi partner sulle “sobrie realtà delle brigate mediche cubane di cui potrebbero altrimenti essere inconsapevoli”.

Le ragioni del governatore

Chi non ci sta è il presidente della regione Roberto Occhiuto che ha resistito con fermezza alle sollecitazioni diplomatiche pur appartenendo a una forza politica di centrodestra e storicamente “anticomunista”.

Il governatore ha persino ironizzato sul fatto di aver ricevuto un encomio pubblico sul quotidiano ufficiale del partito comunista cubano: “Riuscite a immaginarlo, ho avuto la mia foto su Granma”.

A febbraio, il diplomatico americano Mike Hammer è volato in Calabria per chiedere di valutare vie alternative di reclutamento. “Ho avuto alcune pressioni anche durante l’amministrazione Biden. Ma la pressione è cresciuta sotto Trump”, ha svelato lo stesso Occhiuto, aggiungendo che “allo stesso tempo, ho anche ribadito all’ambasciatore statunitense Hammer che avevo bisogno di tenere aperti gli ospedali e che intendo mantenere i medici cubani attualmente in Italia al loro posto”.

> Medici cubani nell’Ospedale di Polistena

La svolta nei contratti

Per evitare le contestazioni internazionali sul presunto sfruttamento statale, la Calabria ha scelto di stipulare contratti individuali, accreditando i compensi direttamente sui conti correnti italiani dei lavoratori. I medici cubani hanno spiegato a The Associated Press di inviare comunque su base volontaria circa la metà del salario in patria.

“Siamo tutti consapevoli della situazione economica che sta attraversando Cuba. È un contributo che diamo volontariamente perché Cuba ci ha formato, ci ha istruito e ci ha fatto diventare medici” ha affermato la specialista in medicina d’urgenza Zoila Yakelin Arevalo Cruz, che ha 38 anni e lavora a Polistena (nel reggino).

La dottoressa ha ricordato che prima del loro arrivo c’erano attese interminabili: “In questo ospedale c’erano file che duravano fino a otto o 12 ore. Ora, grazie al nostro lavoro, in meno di un’ora un medico ti visita”.

La felicità dei professionisti

I sanitari caraibici rifiutano con decisione le etichette politiche applicate alle loro carriere in Europa. Anche la cardiologa cubana Daisy Luperon Loforte ha espresso parole chiare sulla propria condizione lavorativa: “Non ci consideriamo affatto schiavi moderni, come qualcuno l’ha definito. Amiamo il nostro paese, diamo un contributo economico e siamo felici di farlo”.

Nel frattempo, i pazienti calabresi si dicono entusiasti del servizio ricevuto e ignorano le tensioni geopolitiche. La residente Maria Morano ha elogiato pubblicamente lo straordinario approccio umano dei nuovi arrivati: “Sono intelligenti, hanno empatia e sono anche umili, qualcosa che non si vede spesso con i medici italiani. Siamo fortunati che siano venuti, altrimenti il nostro ospedale sarebbe stato chiuso”.

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