Quattro persone sono indagate nell’ambito di una inchiesta della Procura di Crotone sul funzionamento – secondo gli inquirenti poco corretto – dei depuratori di località Chiusa del Pozzo e Chiatrette, nel comune di Belvedere Spinello. L’ipotesi dei carabinieri, che hanno investigato sulla vicenda, e che oggi hanno notificato gli avvisi di conclusioni delle indagini preliminari, vi sarebbero delle prolungate omissioni ritenute rilevanti sotto il profilo penale in relazione agli stessi impianti.
Feci nel Neto e nei terreni vicini, sequestrati depuratori comunali
La compromissione ambientale
A finire sotto lente della Procura sono l’ex sindaco di Belvedere, Rosario Macrì (52 anni), l’attuale primo cittadino, Antonio Giuseppe Amato (75), e i vertici tecnici e finanziari del Comune, rispettivamente Luigi Marrazzo (48) e Pasquale Diano (52).
L’ipotesi della Procura i depuratori non sarebbero stati mantenuti in condizioni tali da impedire lo sversamento continuo e incontrollato di reflui fognari non trattati, che sarebbero defluiti lungo le linee di drenaggio naturale fino al fiume Neto, provocando conseguenzialmente l’impaludamento di aree del territorio comunale e la compromissione delle matrici ambientali.
Per questo la Procura pitagorica contesta ai quattro, a vario titolo e secondo le rispettive posizioni, i reati di rifiuto e omissione di atti d’ufficio, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, inquinamento ambientale e abbandono incontrollato di rifiuti speciali pericolosi.

Quegli interventi non avviati
Gli inquirenti sostengono difatti che, in primo luogo, non abbiano adottato quegli interventi ritenuti necessari, per ragioni di igiene e sanità, che garantissero il corretto funzionamento degli impianti e che impedissero la dispersione dei reflui non trattati.
In particolare, viene contestato che, seppure la situazione fosse nota e da tempo, non sarebbero stati assunti atti concreti e tempestivi per fronteggiare la paralisi depurativa e quindi tutelare tanto la salute pubblica che l’ambiente.
La Procura ipotizza poi che, nonostante fossero state approvate le tariffe del servizio idrico integrato e dei relativi strumenti finanziari, non sarebbero stati emessi i ruoli e la riscossione delle bollette dovute dagli utenti, il che avrebbe determinato una mancanza di risorse “essenziali per la conduzione e manutenzione del servizio” e creato “una stretta correlazione tra la mancata fatturazione, il degrado infrastrutturale e il mancato trattamento dei reflui”.

Le richieste di finanziamento
Un altro profilo contestato riguarda poi la gestione delle richieste di finanziamento rivolte alla Regione Calabria per il superamento delle criticità depurative.
Si sospetta che le queste domande non siano state adeguatamente supportate da documentazione tecnica congrua, quadri economici sufficientemente giustificati e da una idonea base progettuale, in un contesto caratterizzato, sempre secondo gli atti d’indagine, “dalla carenza di elaborati tecnici indispensabili per una corretta rifunzionalizzazione degli impianti”.
La Procura sostiene, ancora, che a fronte di un concreto e accertato pericolo per la salubrità dei luoghi e per la salute dei residenti, non siano stati adottati neppure i provvedimenti contingibili e urgenti previsti dal Testo unico degli enti locali.
Sotto un ulteriore profilo, viene contestata inoltre l’ipotesi di falsità ideologica in atti pubblici, ritenendo che nei bilanci relativi a ben cinque anni, ovvero dal 2021 al 2025, siano state iscritte previsioni di entrata del servizio idrico non fondate su titoli giuridici effettivi e verificabili, in quanto riferite a somme mai richieste agli utenti con l’emissione dei ruoli e mai riscosse, con la conseguente rappresentazione non veritiera dell’equilibrio economico-finanziario del servizio.
Il reato di inquinamento
Particolarmente rilevante è, infine, la contestazione del delitto di inquinamento ambientale, formulata in relazione alla presunta compromissione e al deterioramento “significativi e misurabili” delle acque del fiume Neto e di estese porzioni di suolo e sottosuolo.
Gli inquirenti sostengono che gli sversamenti abbiano interessato un’area di particolare pregio naturalistico, inserita nella Rete Natura 2000 come Zona di Protezione Speciale “Foce del Neto”, determinando immissioni di carichi organici e batteriologici, tra cui Escherichia coli, alterando lo stato ecologico delle acque, causando processi di eutrofizzazione distrofica e un grave pregiudizio per habitat, la biodiversità, la macrofauna bentonica e ittiofauna, così come risulterebbe dagli accertamenti tecnici richiamati nell’atto.
In ultimo, a carico di uno degli indagati è stata contestata anche la violazione in materia di abbandono incontrollato di rifiuti speciali pericolosi, per la presenza, in prossimità dell’impianto di depurazione di Chiatrette, di circa 2 metri cubi di rifiuti costituiti da ingombranti, Raee e imballaggi.




























