‘Ndrangheta. La locale di Roma esiste, lo conferma la Cassazione

in Cronacaprovincia di Reggio Calabria
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L’ombra della ’ndrangheta su Roma non è più solo un’ipotesi investigativa, ma una verità giudiziaria scolpita nelle sentenze. La Cassazione ha confermato infatti l’esistenza della prima locale nella Capitale, certificando un sistema criminale capace di replicare i modelli calabresi nel cuore delle istituzioni e dell’economia romana. L’inchiesta, denominata Propaggine, ha portato a condanne definitive per oltre cento anni di carcere, colpendo duramente la struttura guidata dalle famiglie Alvaro e Carzo.

La propaggine

Tutto ruota attorno a un concetto di espansione territoriale che non dimentica le proprie radici. “Noi siamo una propaggine di là sotto”, spiegava il boss Antonio Carzo in un’intercettazione che è diventata il simbolo dell’intera indagine.

Il legame con la casa madre in Calabria, precisamente a Cosoleto, nel reggino, era il cordone ombelicale mai reciso, necessario per mantenere il prestigio e l’autorità mafiosa, pur godendo di una sostanziale autonomia operativa per gestire gli affari romani.

La sentenza conferma le condanne emesse a febbraio scorso dalla Corte d’appello di Roma, chiudendo il cerchio sul rito abbreviato nato dal lavoro della Direzione distrettuale antimafia e della Dia.

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Il comando

Al vertice di questa organizzazione figurano nomi di peso nel panorama criminale. Antonio Carzo è stato condannato a 18 anni di reclusione, insieme ai suoi due figli.

Era stato proprio lui, secondo gli inquirenti, a ricevere nel 2015 la formale autorizzazione dai vertici calabresi per costituire la cellula romana.

L’altro presunto capo, Vincenzo Alvaro, sta invece affrontando il processo con rito ordinario insieme a una quarantina di altri imputati, per i quali i magistrati Musarò e Luciani hanno avanzato richieste di pena pesantissime, vicine ai 450 anni complessivi di carcere.

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Gli affari

Il raggio d’azione del clan era vastissimo e toccava i gangli vitali dell’economia cittadina. Le accuse spaziano dall’associazione mafiosa all’estorsione, passando per il riciclaggio e lo spaccio di stupefacenti. Una parte consistente del volume d’affari riguardava l’intestazione fittizia di beni e la truffa.

I capitali della ’ndrina venivano ripuliti attraverso l’acquisto di attività commerciali, bar, ristoranti e locali storici della movida, sfruttando la forza dell’intimidazione e quel muro di omertà che per anni ha protetto l’ascesa dei boss.

Uno scenario inquietante che ha visto i vertici del clan inveire contro i magistrati durante i colloqui intercettati, segno di una sfida aperta allo Stato.

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