Il percorso giudiziario di Carlo Maiolo segna una svolta importante dopo l’arresto avvenuto il 26 marzo scorso. L’uomo era finito in cella nell’ambito della vasta inchiesta, denominata Aquarium, con l’accusa pesante di essere un elemento attivo in un’organizzazione criminale. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, avrebbe messo a disposizione la cifra di 30 mila euro per finanziare l’acquisto di una partita di droga. Un ruolo che lo avrebbe legava direttamente ai vertici del gruppo, dove spicca la figura di suo cognato, Angelo Maiolo. Tuttavia, il quadro accusatorio ha subito oggi un ridimensionamento significativo.

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La tesi della difesa
Il Tribunale del Riesame di Catanzaro ha infatti analizzato gli elementi portati dai suoi difensori di fiducia, gli avvocati Sandro D’Agostino, Daniela De Sanctis e Michele Eramo.
I legali hanno puntato tutto sulla mancanza di prove solide che potessero confermare la reale partecipazione di Maiolo all’associazione dedita al narcotraffico.
La difesa ha sostenuto con forza l’assenza di quella gravità indiziaria necessaria per mantenere il regime di massima restrizione. Argomentazioni accolte dai magistrati che hanno escluso che l’indagato possa essere considerato a tutti gli effetti un partecipe della struttura criminale
Il ritorno a casa
Con l’ordinanza emessa dal tribunale, la misura cautelare è stata dunque modificata: per Carlo Maiolo si sono aperte le porte del carcere e sono stati disposti gli arresti domiciliari.
Un provvedimento che secondo i suoi legali riconoscerebbe implicitamente che, allo stato attuale delle indagini, non vi siano elementi sufficienti per sostenere l’accusa di appartenenza al clan dei narcotrafficanti.
Dalle Preserre all’Italia: così il clan inondava di coca e marijuana il Paese
Le rotte della droga
L’inchiesta Aquarium ha sollevato il velo su un sistema di traffico capace di inondare di droga l’Italia partendo dal cuore delle Preserre vibonesi. Le indagini descrivono un’organizzazione radicata e potente, con legami che si estendevano ben oltre i confini regionali.
Il gruppo criminale avrebbe gestito enormi flussi di cocaina e marijuana, rifornendo diverse piazze di spaccio nazionali. Il centro nevralgico era rappresentato da alcune famiglie della zona, capaci di muovere quantità industriali di stupefacenti grazie a una logistica collaudata.
Il controllo del paese
L’operazione ha portato i carabinieri a ricostruire i movimenti di denaro e i contatti tra i vari sodali. Il clan non si sarebbe limitato alla vendita al dettaglio, ma avrebbe agito come un vero grossista del crimine.
La capacità di importare la “merce” e distribuirla con rapidità avrebbe permesso all’organizzazione di accumulare capitali importanti, poi reinvestiti o utilizzati per finanziare nuove spedizioni.




























