Prostitute al “lavoro” in pieno centro: smantellata la banda dei papponi crotonesi

in Cronacaprovincia di Crotone
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La base era saldamente radicata a Isola di Capo Rizzuto ma le attività si svolgevano quasi del tutto a Crotone: parliamo di un giro di prostituzione che si consumava prevalentemente per strada, pesino in zone piuttosto centrali, ma anche a domicilio e in un noto Hotel del capoluogo, che oggi è stato tra l’altro sequestrato.

Il sesso esplicito per strada

Stamani il blitz, con i carabinieri pitagorici che, con l’operazione Medusa, ritengono di aver scoperto e smantellato un presunto gruppo criminale che avrebbe gestito il business.

Un’organizzazione composta da otto persone, sette straniere e un italiano, quattro delle quali finite in carcere e due ai domiciliari, mentre le altre sono state denunciate in stato di libertà.

Tra queste figurano anche due donne, anch’esse prostitute, indagate per aver occasionalmente favorito l’inserimento e l’attività di nuove ragazze all’interno del giro.

A destare profondo allarme sociale sono i luoghi scelti per consumare i rapporti sessuali in auto: gli incontri avvenivano infatti in pieno giorno anche nel cuore della città, tra i vicoli del mercato di Piazzale Nettuno, nei parcheggi affollati di stadio e ospedale e, persino a ridosso dei parchi giochi.

Una spregiudicatezza che, alla luce del sole, avrebbe esposto famiglie e bambini a scene esplicite, compromettendo gravemente il decoro urbano e l’ordine pubblico.

Un giro d’affari imponente

Una serie di intercettazioni telefoniche e ambientali, e di riscontri sul campo, ha quindi portato a scoprire che il gruppo, caratterizzato da forti vincoli familiari e gerarchici, avrebbe gestito in modo sistematico l’attività di meretricio.

Agli indagati con un ruolo direttivo si contesta di aver gestito sia la logistica che la parte economica del business. Pur essendo le donne a gestire in autonomia il procacciamento dei clienti, gli uomini le avrebbero accompagnate sui “luoghi di lavoro” e assicurato la vigilanza.

Tutti, insomma, avrebbero vissuto grazie ai guadagni del giro di prostituzione, amministrando una vera e propria “cassa comune” in cui sarebbero confluiti i proventi.

Un giro d’affari per niente scarno, almeno a giudicare dal lussuoso tenore di vita degli indagati, verificato anche dalle Fiamme Gialle. Controllando i loro conti correnti e prevedendo gli incassi quotidiani, gli investigatori hanno stimato profitti per svariate decine di migliaia di euro a carico di ciascun nucleo familiare, raggiungendo in alcuni casi picchi di quasi 90mila euro per un singolo sfruttatore.

Parte di questi fiumi di denaro contante sarebbe stata poi veicolata costantemente verso l’estero attraverso circuiti di rimessa non bancari, così da eluderne la tracciabilità.

La variegata platea dei clienti

Vasta, trasversale e insospettabile, poi, la platea di clienti (espressione di ogni ceto sociale e professionale) che in un vero e proprio pendolarismo arrivavano da tutto il Crotonese ma anche dal Catanzarese e Cosentino.

Le indagini hanno svelato, inoltre, come il gruppo, stesse pianificando di espandere il proprio raggio d’azione, progettando di esportare il proprio modello anche in altre parti della regione.

Tra i soggetti finiti ai domiciliari spiccano i gestori della nota struttura ricettiva pitagorica finita sotto sequestro, che secondo gli inquirenti avrebbero tollerato e agevolato i rapporti sessuali a pagamento nelle proprie camere, omettendo le previste registrazioni degli alloggiati e quindi guadagnandoci anch’essi.

I figli in auto come coperture

Da quanto appurato, le donne, apparentemente consenzienti e soggette allo stigma sociale, sarebbero state in realtà vittime di una crudele manipolazione psicologica da parte dei loro stessi mariti e compagni, che avrebbero sfruttate la loro prostituzione proprio al Piazzale Nettuno.

Per gli inquirenti “un cinismo spinto all’estremo, tanto da usare i figli in tenera età, portati in auto durante gli accompagnamenti, come copertura per eludere i controlli delle Forze dell’Ordine”.

A carico del presunto vertice del sodalizio, il Gip ha contestato anche la violenza sessuale aggravata. L’ipotesi è che abusando dell’ospitalità e della forte vulnerabilità della vittima, avrebbe costretto anni addietro una familiare, all’epoca ancora minorenne, a subire ripetuti abusi, tentando persino di avviarla al meretricio.

L’indagine e le accuse contestate

L’indagine, avviata nell’autunno scorso, coordinata dalla Procura diretta Domenico Guarascio, è stata condotta dai Carabinieri del Comando Provinciale pitagorico e della Tenenza di Isola Capo Rizzuto, col supporto dei colleghi dello Squadrone Eliportato Cacciatori “Calabria”, delle unità cinofile dell’Arma, del Nucleo Elicotteri di Vibo Valentia.

L’ordinanza è stata emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale locale, su richiesta della Procura. Le accuse contestate sono, a vario titolo, di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento e allo sfruttamento della prostituzione, nonché di violenza sessuale aggravata e minaccia grave.

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