Ci sono chiusure che fanno rumore e altre che, con elegante discrezione, si limitano a spegnere le luci senza disturbare troppo. La recente sospensione delle attività del Teatro Politeama di Lamezia Terme appartiene, almeno in apparenza, alla prima categoria. Si tratta di una decisione annunciata e motivata dai lavori di ristrutturazione legati all’agenda urbana, resi necessari da alcune criticità strutturali che ne avrebbero compromesso l’agibilità. Sebbene la messa in sicurezza dei luoghi della cultura sia un segno di civiltà amministrativa, è nelle pieghe della realtà che si annidano le sfumature più scomode di questa vicenda.
L’agibilità elastica
Secondo Tiziana De Matteo, responsabile cultura Idm Terra dei due Mari, Lamezia sembra possedere una singolare elasticità semantica in materia di sicurezza.
Nel corso degli anni non sono mancati casi in cui alcuni spazi apparivano perfettamente fruibili per taluni e sorprendentemente meno per altri, testimoniando una vivacità interpretativa delle norme.
Al di là delle sottigliezze, la chiusura del Politeama secondo De Matteo produrrebbe effetti immediati: negli ultimi anni il teatro era diventato un presidio attivo grazie al lavoro di Tonino Sirianni, che ha saputo animare la struttura senza finanziamenti pubblici, valorizzando il territorio di Sambiase con cinema attuale e stagioni teatrali amatoriali.

Il dramma dei saggi
E poi c’è giugno. O meglio, c’era giugno. Ben 40 scuole di danza avevano programmato i loro saggi di fine anno proprio al Politeama. Parliamo di migliaia di allievi, famiglie e insegnanti “che vedono svanire il punto di arrivo di mesi di disciplina”.
Per la rappresentante Idm la chiusura ha lasciato questo mondo senza un luogo e, soprattutto, senza un’alternativa: “in una città che proclama attenzione alla cultura, ci si sarebbe aspettati una reazione coordinata o un piano B, ma nulla di tutto questo si è materializzato, lasciando le associazioni in un vuoto assoluto”.
La voce della disillusione
Tonia Torcasio, responsabile della Rodik Ballet, ha espresso una rassegnazione eloquente dopo 20 anni di attività. La consapevolezza è quella di appartenere a una periferia culturale, tanto da non aspettarsi nemmeno un intervento dall’amministrazione mentre cerca autonomamente una soluzione per i propri allievi.
Altri insegnanti condividono questo sentimento di disillusione, ricordando promesse istituzionali mai realizzate. Intanto, anche il Grandinetti resta senza cinema per un guasto tecnico mai risolto.
La vicenda del Politeama diventa quindi una lente per osservare una dinamica più ampia, dove la cultura resiste grazie all’iniziativa dei singoli mentre le istituzioni inseguono con lentezza il ritmo delle emergenze.
Secondo Matteo il sipario non si è davvero chiuso, ma è rimasto sospeso in attesa che qualcuno decida se e come riaprirlo.































