Un sistema organizzato di “tombaroli”, intermediari e ricettatori che per anni avrebbero saccheggiato aree di straordinario valore culturale. Sotto le loro grinfie sarebbero quindi finiti importanti parchi archeologici, quello di Scolacium a Roccelletta di Borgia, di Kaulon a Monasterace e di Capo Colonna, nel territorio di Crotone, oltre ad altre zone private della provincia.

Dai tombaroli ai ricettatori
È quanto emergerebbe dal filone calabrese di due inchieste condotte parallelamente dai Nuclei TPC di Cosenza e Palermo, e che hanno trovato un punto di confluenza quando è emerso che una squadra di tombaroli siciliana, comparsa nell’indagine Ghenos, operasse sia nella regione d’origine che in Calabria, in collaborazione con gli indagati dell’indagine Scylletium.
I militari del Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale della nostra regione, dunque, su disposizione del Gip del Tribunale di Catanzaro e su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, hanno arrestato undici delle 56 persone coinvolte complessivamente: due che sono finite in carcere e nove ai domiciliari.
Agli indagati si contesta, a vario titolo, di far parte di un’associazione a delinquere finalizzata ai furti e alla ricettazione di beni archeologici, agli scavi clandestini e al danneggiamento di siti di valore storico.

Gli asparagi, i caffè e la motosega
Una organizzazione che, secondo quanto emerso, avrebbe operato in modo capillare, con compiti ben distribuiti tra gli affiliati, capace di eludere i controlli grazie a linguaggi in codice e sistemi di comunicazione difficilmente intercettabili.
Tra le parole usate per mascherare le attività illegali comparivano ad esempio termini come asparagi, caffè e motosega, quest’ultima utilizzata per indicare i metal detector impiegati negli scavi abusivi.
Al vertice del gruppo ci sarebbero stati due uomini residenti nel Crotonese, entrambi esperti del settore archeologico e considerati i promotori delle operazioni.
L’inchiesta avrebbe permesso di documentare uno stretto legame tra la rete criminale e la cosca di ’ndrangheta degli Arena di Isola di Capo Rizzuto, che avrebbe beneficiato dei guadagni e rafforzato il proprio controllo sul territorio grazie a questa attività parallela e altamente redditizia.
Inoltre, sempre secondo gli inquirenti, il gruppo aveva creato una “filiera” completa di approvvigionamento e vendita, capace di immettere sul mercato clandestino oggetti di valore storico destinati anche all’estero.

Un segnale forte dello Stato
Le indagini, iniziate nell’ottobre 2022 e concluse due anni dopo, hanno coinvolto oltre ottanta militari, con il supporto dei Comandi Provinciali di Crotone, Catania e Messina, dello Squadrone Eliportato “Cacciatori di Calabria” e dell’8° Nucleo Elicotteri di Vibo Valentia. Effettuate anche dodici perquisizioni domiciliari tra le due regioni.
Preziosa la collaborazione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Catanzaro e Crotone e della Direzione Regionale Musei Calabria, che hanno fornito supporto tecnico nelle fasi di analisi dei reperti.
L’operazione, sottolineano i Carabinieri, rappresenta un segnale forte dello Stato contro un fenomeno che, in Calabria, continua a minacciare la tutela del patrimonio culturale nazionale e a finanziare circuiti criminali radicati nel territorio.































