Le recenti analisi giornalistiche pubblicate dal Sole 24 Ore riguardanti la crisi dei servizi e la carenza di opportunità nei centri con meno di cinquemila abitanti hanno riacceso un dibattito politico e sociale che tocca da vicino la struttura stessa del territorio italiano. Su questa complessa tematica sono intervenuti con durezza Marco Bussone, presidente nazionale dell’Unione nazionale comuni comunità enti montani, e Vincenzo Mazzei, presidente regionale della medesima organizzazione.
I due rappresentanti hanno evidenziato come le problematiche dei piccoli borghi siano al centro dell’azione associativa da decenni, richiamando alla memoria anche l’impulso iniziale che l’allora presidente Carlo Azeglio Ciampi diede a questo fronte, collaborando strettamente con realtà come Legambiente, Symbola e la stessa Uncem.
Il blocco dei fondi e i ritardi istituzionali
Il fulcro della denuncia si concentra sulla legge numero 158 del 2017, un testo normativo orientato al sostegno e alla valorizzazione dei piccoli comuni, approvato dal Parlamento all’unanimità dopo un iter burocratico durato ben quindici anni. Nonostante la modernità e l’intensità delle misure previste, la concreta applicazione della legge è rimasta in gran parte sulla carta.
I vertici dell’organizzazione hanno puntato il dito in particolare contro lo stallo del fondo da 160 milioni di euro, attualmente bloccato nei passaggi burocratici tra il Viminale e il Ministero del Sud. A fronte di oltre duemila candidature presentate dai territori, i progetti finanziati risultano essere appena 144, una discrepanza che evidenzia la paralisi amministrativa in atto.
Mancanza di visione e necessità di riforme strutturali
Secondo l’analisi di Marco Bussone e Vincenzo Mazzei, se le disposizioni della legge del 2017 fossero state pienamente attuate, insieme alle norme sulla green economy varate nel 2015, le condizioni attuali dei piccoli centri sarebbero radicalmente diverse. La critica si estende a una classe politica accusata di perdersi in dibattiti superficiali e formule elettorali, anziché concentrarsi sulla reale conformazione geografica e sociale del Paese.
Viene inoltre sottolineato un problema più profondo che tocca la democrazia e il ruolo degli enti locali, i quali da trent’anni attendono una riforma strutturale organica.
Questa debolezza istituzionale prolungata, secondo i rappresentanti sindacali, rischia di favorire la privatizzazione selvaggia dei servizi essenziali, lasciando le comunità locali esposte a promesse illusorie e dinamiche assistenziali calate dall’alto, mentre i piccoli comuni continuano a pagare il prezzo più alto.




























