Alvaro e il teatro: dal mito calabrese alla scena europea

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Immaginate ora Corrado Alvaro non solo con la penna in mano, ma anche dietro le quinte di un palcoscenico: drammaturgo, traduttore, sceneggiatore, critico implacabile. Tra il 1923 e il 1956 si tuffa nel teatro con la stessa passione che lo spingeva nei reportage o nelle trincee. Non è un hobby, è un altro modo per scavare nell’anima umana, mescolando mito aspromontano e inquietudini novecentesche. “Il teatro è il luogo dove il mondo sommerso riaffiora”, diceva, e lo dimostra con opere che ancora oggi meritano riscoperta.

La prima prova arriva presto: Il paese e la città (1923), debutto al Teatro Argentina di Roma. Un dramma borghese che oppone la semplicità rurale alla corruzione urbana – echi di Gente in Aspromonte, ma in forma scenica. Segue Il caffè dei naviganti (1939), ritratto di anime alla deriva in un bar portuale, tra sogni emigranti e solitudine cosmopolita. Ma il capolavoro è Lunga notte di Medea (1949), tragedia in due tempi commissionata da Tatiana Pavlova e rappresentata al Teatro Nuovo di Milano l’11 luglio. Regia della Pavlova stessa, scenografie di Giorgio de Chirico: Medea non è solo la maga vendicativa di Euripide, ma simbolo di esuli e perseguitati. Alvaro la riscrive con accenti moderni – la sua Calabria greca, l’esilio antifascista personale – creando un ponte tra mito classico e dolori del ’900. “Medea è la Calabria tradita”, confidò in intervista.

Postuma esce Il diavolo curioso (1963), una forma di satira infernale. E nel 2009 Bompiani raccoglie tutto in Corrado Alvaro. Teatro. Alvaro non scrive solo originali, ma traduce anche i giganti: I Fratelli Karamazov di Dostoevskij per il Teatro delle Arti di Roma; La Celestina di Rojas (1943, edizione integrale con prefazione). Versioni fedeli ma poetiche, dove il suo orecchio per il dialetto calabrese dà ritmo alle lingue slave o spagnole.

E il cinema? Alvaro ne è sceneggiatore prolifico: 27 film tra il 1927 ed il 1947. Debutto con L’angelo ferito (1927, Ermete Santucci), pedinato per le vie di Roma da un assistente di Alberini: “Fammi un soggetto!”, gli urlano al Pincio. Nasce da lì una passione: Casta diva (1935), Noi vivi e Addio Kira! (1942, da Rand Ayn), Caccia tragica (1947), fino a Riso amaro.Trasforma prose in immagini, spesso con tocchi meridionalisti.

Critico cinematografico su Il Mondo, difende il neorealismo contro la propaganda fascista. Come critico drammatico (Il Mondo, Popolo di Roma, La Stampa), Alvaro è tagliente. Recensisce Bragaglia, Pavlova, riflette sul metateatro: “La scena è specchio del labirinto umano”. Vede nel teatro un antidoto ai totalitarismi: libera il “mondo sommerso” del folklore da uniformità ideologica. È il mezzo perfetto per il suo sincretismo, e, da antifascista, usa la scena per denunciare ogni forma di oppressione.

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