Immaginate di aprire un libro nel 1938 e trovare un mondo che sembra uscito da un film distopico di oggi. È quello che fa Corrado Alvaro con L’uomo è forte, edito da Bompiani. Scritto originariamente come Paura sul mondo, il regime fascista lo costringe a cambiare titolo e a tagliare pagine intere. Non è ambientato in Italia, precisa un’avvertenza imposta: “La vicenda si svolge in Russia”. Bugia pietosa. Alvaro ha preso la misura dei totalitarismi – fascismo, nazismo, stalinismo – e li ha messi sotto il microscopio della letteratura.
La storia segue Roberto Dale, ingegnere trentenne che torna nella capitale del suo paese dopo anni all’estero, durante una guerra civile tra Bande (il regime) e Partigiani (la ribellione). Lo accoglie una città grigia, ossessionata dall’ordine e dall’efficienza. Tutti marciano al passo, parlano la stessa lingua, pensano gli stessi pensieri.
Barbara, vecchia amica e interesse amoroso, lo riceve con entusiasmo ma gli occhi sono diversi: il regime l’ha cambiata. Non crede più nell’amore individuale né nella religione abolita. Vive per il Leader, per il futuro collettivo.Dale trova lavoro all’Ufficio Tecnico Industriale. Il direttore, vecchietto col colletto inamidato, gli sorride ma trama nell’ombra. La segretaria, fanatica del regime, lo scruta sospettosa.
Un giorno Barbara confessa di frequentare un caffè-concerto con tre intellettuali. Improvvisamente, immagina un processo-farsa, e le accuse di spionaggio o condanna a morte. Dale trema: capisce che la paura non viene dai nemici esterni, ma dai vicini di casa, dai colleghi, dagli amici che potrebbero denunciarlo da un momento all’altro.
La paranoia cresce con un episodio casuale. Dale rischia di essere investito da un tram: l’uomo che lo salva chiacchiera per ore del regime utopico, dell’umanità rigenerata. Dale lo battezza mentalmente l’Inquisitore, agente segreto infiltrato. Non è paranoia: l’Inquisitore lo sa e lo lascia fare. Dale propone matrimonio a Barbara, ma lei rifiuta: “Siamo diversi”, dice, e minaccia di denunciarlo per salvarsi. Corre dall’Inquisitore che ghigna compiaciuto: “Lo conosco bene, lo lascio agire”.
Il direttore lo invita a casa con una richiesta assurda: “Procurami l’Asino d’oro di Apuleio”. Arte proibita, trappola ovvia. Dale, accecato dalla rabbia, lo uccide con una macchina da scrivere. Fugge in auto verso il confine, zona di guerriglia. I Partigiani lo catturano: confessa l’omicidio, ma i giornali del regime dicono che il colpevole è già stato arrestato.
Il giovane guardiano Isidoro lo sorveglia. Dale tenta un contatto umano, ma Isidoro spara. Sopravvive per miracolo; altri Partigiani lo curano come martire delle Bande.
Ovunque Dale guarda, trova delazione, processi spettacolo, omologazione totale. Barbara denuncia per salvarsi, Olga – cameriera ambiziosa figlia di immigrati americani – flirta per un visto di uscita. Il regime non ha bisogno di catene: ha creato cittadini che si controllano a vicenda.Perché questo romanzo sconvolge ancora oggi?
Perché Alvaro coglie la società di massa prima di tutti. Individui anonimi, pensieriformi, costantemente sorvegliati. Anticipa Orwell di dieci anni: il Grande Fratello non è una macchina, sono le persone stesse. Fu censurato in Germania nazista, premio Accademia d’Italia 1940 (ironico per un antifascista). Scritto nel 1937-38 dopo l’esilio berlinese, trasforma in fiction quello che Alvaro aveva visto da giornalista.































