Nove domeniche, nove articoli, un viaggio da San Luca al mondo. Corrado Alvaro ci ha accompagnato con la sua voce aspromontana: pastori ribelli, distopie profetiche, teatri che sfidano il potere. Ma la domanda vera resta: che ce ne facciamo di lui nel 2026? Non serve riassumere: lo avete letto.
L’Aspromonte vive. I torrenti ancora parlano, i paesi resistono. Alvaro vedeva nei pastori non delle vittime, ma dei custodi di un mondo antico. Oggi quel mito è ancora nei nostri dialetti, nei riti, nei paesaggi.
La sorveglianza ha mille facce. Da L’uomo è forte a Belmoro, il controllo non ha più bisogno di divise, oggi come non mai. Nel 2026, guardiamo i nostri schermi con i suoi occhi.
Viaggiare forma più dei libri. Turchia, Russia, Germania: Alvaro capiva il mondo perché lo attraversava. La Calabria è il nostro trampolino, ma non è (e non deve essere) la nostra prigione.
L’arte salva dal potere. Il teatro, la sceneggiature, le traduzioni: per lui erano delle armi. Non solo strumenti fini a se stessi, ma attività utili a scardinare una narrazione dominante, non sempre corrispondente al vero.
“Quasi una vita” è abbastanza. Claudio ci insegna che non serve essere perfetti. Il Premio Strega va a chi riesce a guardarsi dentro, non a chi vince sempre.
Il folklore non è sagra. Polsi, processioni, leggende: Alvaro le nobilitò, perchè sono cultura viva, e non costume da turista mordi-e-fuggi. Serve riscoprirle, non spettacolizzarle.
Il Sud non aspetta. Latifondo ieri, burocrazia (e non solo) oggi. Gli Argirò non votano, agiscono. La Calabria si riscattò dal basso, e quegli istinti, per anni definiti così profodamente calabresi, andrebbero forse riaccesi.
Essere universali da San Luca. Alvaro era universale restando calabrese. I greci di Aspromonte, i turchi del Bósforo, i russi del Volga: li capiva tutti perché partiva dalle sue radici
La letteratura è lente. Non manuali di vita, ma specchi. Alvaro non dava risposte, ma faceva le domande giuste. E sapeva, evidentemente, come farle.































