Le Interviste. Questore Panvino: lotta alla ‘ndrangheta, lo Stato c’è! La denuncia unica soluzione

in Pitagora24
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Crotone è un territorio che storicamente ha dovuto confrontarsi con la ‘ndrangheta e i suoi tentativi di controllo sociale ed economico. Questore Panvino, qual è oggi la reale situazione del fenomeno in questo territorio?

«Dire che la ‘ndrangheta non ci sia è una grande bugia. Dire che oggi la ‘ndrangheta è contrastata efficacemente dalle attività dello Stato è certamente più vicino alla verità. Lo Stato sta assestando colpi importanti alle organizzazioni mafiose, arrestando i vertici ma, soprattutto, associando alle operazioni antimafia il sequestro dei beni, che credo sia lo strumento più importante per debellare il fenomeno. Da una parte si sconfiggono le organizzazioni criminali e le loro attività sul territorio, dall’altra si svuotano le casse della mafia dei proventi illeciti. È un’intuizione che fu avviata in Sicilia con la legge Rognoni-La Torre, la prima norma antimafia che colpì i patrimoni accumulati illecitamente. Togliere le finanze significa impedire a qualsiasi impresa criminale di operare».

Cosa si può fare per convincere i cittadini a denunciare?

«Bisogna innanzitutto che ci sia uno Stato credibile e che gli uomini dello Stato siano altrettanto credibili. Convincere un cittadino a denunciare significa fargli capire che la denuncia è l’unica soluzione per respingere ogni sopraffazione e violenza. Lo Stato oggi garantisce supporto sia legale che in termini di protezione. Esistono leggi che tutelano gli imprenditori nel caso in cui le loro imprese andassero in crisi a causa della scelta di denunciare. È un’attività certamente remunerativa dal punto di vista della libertà. Bisogna far comprendere all’imprenditore che può fidarsi e aprirsi, anche in un territorio dove la pressione e la forza intimidatrice spingono ancora alla paura. Noi stiamo svolgendo un grande lavoro di controllo con pattuglie sul territorio, operazioni lampo e costanti per dimostrare la presenza dello Stato e dare una sicurezza quotidiana».

Dal punto di vista operativo, quali sono i crimini più frequenti? Oltre alla criminalità organizzata, esiste una microcriminalità legata allo spaccio o al disagio giovanile?

«Nella città di Crotone, purtroppo, la diffusione e la vendita di sostanze stupefacenti tra i più giovani è molto dilagante. Ogni giorno effettuiamo sequestri a diversi assuntori (che segnaliamo al Prefetto come previsto dalle norme), con una media che va dalle 3 alle 7 dosi quotidiane. Abbiamo effettuato sequestri importanti, come i 3,5 kg di droga intercettati durante il periodo natalizio in occasione del ferimento di un corriere. Questo dimostra che c’è una domanda significativa e, purtroppo, un allontanamento volontario dei giovani dall’istruzione e dalla scuola; questi ragazzi finiscono per essere utilizzati materialmente per lo spaccio. Abbiamo registrato che alcune organizzazioni si avvalgono di ragazzi giovanissimi per le consegne, cercando di sfruttare la loro impunità. Attraverso i servizi sociali e il lavoro con la magistratura, stiamo cercando di strappare questi giovani al circuito criminale per affidarli a contesti sani».

Ci sono aree della provincia che richiedono un controllo più intenso?

«Non esiste un’area della provincia di Crotone che non meriti attenzione, ma non vorrei dare un’immagine della città legata solo alla mafia. Crotone si sta risollevando: ogni anno aumentano le navi da crociera e l’attività imprenditoriale vinicola è in crescita, con aziende che esportano milioni di bottiglie in tutto il mondo. C’è una Calabria laboriosa e una Crotone che porta il “made in Crotone” fuori dai confini europei, interfacciandosi con mercati come quello americano, russo o cinese. Gli imprenditori sono in contatto con i più grandi mercati globali».

Qual è la situazione attuale nel territorio di Cirò e quanta influenza esercita ancora il clan Farao-Marincola?

«Poco tempo fa diversi imprenditori si sono rivolti allo Stato denunciando estorsioni subite sul territorio. Si sta scrivendo una nuova pagina di legalità. Durante il periodo estivo abbiamo mantenuto un presidio fisso per garantire sicurezza e opportunità di sviluppo. Sicurezza significa creare ricchezza e attivare il passaparola tra i turisti, invitandoli a scoprire le nostre spiagge meravigliose. Garantire un trend di sicurezza elevatissimo porta ricchezza e occupazione, sottraendo manovalanza alla ‘ndrangheta».

Ci stiamo occupando di un progetto di monitoraggio civico sulla riqualificazione di un bene confiscato ai Farao a Cirò, trasformato in centro diurno per adolescenti. Quanto ritiene importanti queste iniziative?

«Ritengo questo progetto fondamentale nella lotta alla mafia. È un’iniziativa sana perché promossa da giovani che hanno come unico fine il benessere della collettività. Restituire i beni sottratti alla mafia alla società civile per creare centri di studio, di raccolta o di recupero scolastico è un progetto meraviglioso. Dà una grande immagine alla Calabria e sono convinto che voi giovani farete la differenza».

Nel cirotano è prevista la creazione di un Commissariato di Polizia. Da dove nasce questa idea e quali bisogni soddisfa?

«Un Commissariato non è solo un presidio di repressione, ma di prevenzione e servizio. Nove comunità avranno la possibilità di gestire pratiche amministrative vicino casa, senza dover venire in Questura a Crotone. È un segno di grande attenzione da parte dello Stato in un’area complessa. Aumentare i presidi significa dare servizi e svolgere prevenzione, che è l’obiettivo principale che ci prefiggiamo in questo territorio».

 

In che modo si sono evolute le cosche del cirotano e attraverso quali attività si arricchiscono?

«La Calabria è circondata dalle coste, il che facilita traffici illeciti via mare difficili da debellare completamente. Oltre alle pattuglie della Capitaneria e della Guardia di Finanza, disponiamo presidi terrestri per vigilare sul movimento in queste aree, dove purtroppo non circolano solo pescatori ma anche trafficanti. La ‘ndrangheta non è più solo radicata sul territorio, ma ha diramazioni nel Nord Europa, nel Nord Italia e in tutto il mondo, dall’America Latina ad altri punti del globo».

È cambiato, rispetto al passato, il comportamento dei cittadini e la percezione del fenomeno mafioso?

«In merito al cambiamento dei cittadini, voglio ricordare la lezione del movimento delle “lenzuola bianche” nato a Palermo dopo le stragi di Falcone e Borsellino. L’auspicio è che anche Crotone prenda esempio da quella reazione collettiva. Altre iniziative importanti sono state quelle di Libero Grassi e il movimento “Addiopizzo”. Anche a Crotone abbiamo emulato queste esperienze: a giugno abbiamo promosso una campagna contro la violenza sulle donne coinvolgendo tutti i sindaci e la Provincia. Successivamente, con Confartigianato e UIL, è nato il progetto “Io non ci sto”. Le imprese aderenti applicano sui prodotti un bollino che certifica l’impegno a non pagare il pizzo e a non rifornirsi da aziende mafiose. Queste campagne scuotono le coscienze. La partecipazione attiva è già un risultato significativo e un segnale di speranza».

Questore, come si può far capire alla gente che i diritti non sono “favori”?

«È molto semplice: la prima cosa è non chiedere nulla a nessuno come favore personale. Se un Comune non eroga un servizio, bisogna rivolgersi allo Stato e segnalare il disservizio, senza cercare scorciatoie o “amici degli amici”. Lo stesso vale per la sanità: il servizio ricevuto è un diritto, non un privilegio che genera un obbligo morale di gratitudine. La partita è vinta quando non si abbassa più la testa, quando attraverso lo studio ci si inserisce nella società con sani valori e quando si ha umanità verso chi soffre. La partita è persa, invece, quando ci si appiattisce al potere e si cerca solo di compiacerlo».

Questo territorio ha davvero speranza di cambiare in futuro?

«Non vi è dubbio che il territorio stia cambiando. Il fatto che gli imprenditori si ribellino alle tangenti ne è la prova lampante. L’interesse e la presenza dei giovani sono tra i risultati più qualificati che si possano ottenere. Significa che il tessuto sociale non sta abbassando la testa. Molto è stato fatto e molto sarà ancora fatto con l’attenzione dello Stato. I risultati sono rilevanti e le speranze di miglioramento sono concrete».

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